Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Roma di Alfonso Cuaròn: il film del regista messicano approda all’Astra

Roma di Alfonso Cuaròn all’Astra: è stato proiettato per tre giorni il capolavoro del regista messicano premiato con il Leone d’Oro Un film sulla memoria, sul valore personale e relativo che ognuno di noi attribuisce al tempo, un affresco del Messico degli anni settanta. Anni cruciali per il paese centroamericano. Roma è tutto questo e molto di più. Alfonso Cuaròn torna cinque anni dopo Gravity con quello che è il suo lavoro più intimo e riflessivo. Il regista messicano ha sapientemente sfruttato la forza contrattuale derivatagli dai due Oscar per realizzare un film peculiare nel panorama cinematografico odierno. Unico per il formato (uno splendido bianco e nero girato in 65 mm) ma soprattutto per la sua distribuzione, prevalentemente casalinga. Prima del suo approdo su Netflix, il 14 dicembre, Roma di Alfonso Cuaròn è stato proiettato, dal 3 al 5 Dicembre, al Cinema Astra e in una cinquantina di sale italiane, distribuito dalla Cineteca di Bologna in lingua originale. Un’occasione imperdibile per vedere nel suo habitat naturale uno dei migliori film dell’anno, premiato con il Leone d’Oro al recente Festival di Venezia. Siamo nel 1970-1971, un biennio di fuoco per Città del Messico, segnata dalle numerose rivolte studentesche represse nel sangue. Roma è il nome di un quartiere borghese dove risiede la famiglia di Cleo (Yalitza Aparicio), la giovane tata al centro della vicenda. Il contesto prende vita poco alla volta, e proprio questa studiata lentezza, costruita in ogni piccolo particolare, è uno degli elementi maggiormente singolari dell’opera. In un’epoca il cui il linguaggio cinematografico perde sempre più autorità per lasciare spazio alla serialità, rea di raccontare meglio i nostri giorni. Esce fuori il ritratto di un paese rigidamente strutturato in caste sociali. Dove, come la storia insegna, le classi dominanti lasciano a quelle meno abbienti il lavoro sporco. Le vicende di Cleo e della sua collaboratrice Adela (Nancy García García), ambedue di discendenza mixteca, segnano così il passo della vicenda. Centrale è l’intreccio tra Cleo e e Sofia (Marina de Tavira), madre di quattro bambini, amati da Cleo come se fossero propri. Donne provenienti da condizioni economiche e sociali praticamente opposte, ma entrambe segnate da una forte delusione. Un amante spaventato da una futura gravidanza e un marito stanco della vita familiare, in viaggio verso la vacanziera Acapulco. Roma di Alfonso Cuaròn, l’equilibrio personale ed intimo di una famiglia in preda a conflitti interni Parzialmente autobiografico, Roma è un mosaico di corpi, storie ed emozioni che può aiutare a superare i pregiudizi sulle nuove piattaforme digitali. Il film colpisce oltre che per l’intensità e il pathos della vicenda anche per la sapiente arte cinematografica di Cuaròn. Il regista messicano esalta le numerose scene di vita quotidiana con l’utilizzo del bianco e nero. Nel film è addirittura  presente una citazione alle sue opere precedenti, non autoreferenziale o fine a sé stessa, ma perfettamente coerente con lo sviluppo dell’intreccio. Roma diviene così argomento di dibattito, oltre che per la sua innegabile bellezza, per la la sua discussa diffusione esclusivamente casalinga. Come succede ormai ai […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Michael Moore all’AstraDoc, ecco Fahrenheit 11/9

AstraDoc prosegue con Fahrenheit 11/9 Un affresco ironico e provocatorio sull’America dei nostri giorni. Michael Moore, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2004, torna con Fahrenheit 11/9. La proiezione è avvenuta al Cinema Astra di Via Mezzocannone, nell’ambito della rassegna AstraDoc. Manifestazione che permette al pubblico napoletano di visionare i migliori documentari realizzati nell’ultimo periodo. Dopo l’apertura con I villani di Daniele De Michele, AstraDoc prosegue il suo programma con Last Men in Aleppo e La strada dei Samouni. Un’occasione per prendere atto di realtà sconosciute, che grazie al mezzo espressivo del documentario diventano estremamente fruibili e godibili. L’elezione di Donald Trump è il tema centrale di Fahrenheit 11/9. Il presidente americano più discusso e controverso della storia. Moore, dopo l’11 settembre di Fahrenheit 9/11, sposta l’ attenzione su un’altra significativa data, il 9 novembre 2016. Il giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Il documentario non prende di mira solo l’attuale inquilino della Casa Bianca, ma anche le politiche dei Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all’attuale situazione politica. Moore riconduce scherzosamente la situazione d’oltreoceano a pochi eventi, estremamente grotteschi. In particolare, la crisi idrica della cittadina del Michigan, Flint, ed il compenso maggiore di Gwen Stefani rispetto a Trump nel programma The Apprentice. Il regista americano sa bene che questi sono solo stratagemmi per incanalare la rabbia dello spettatore. In realtà la crisi attuale è rinvenuta in una serie di episodi succedutesi nel tempo, a partire dagli anni novanta con la “liberalizzazione” dei democratici. In tale contesto, Moore non risparmia critiche né attacchi a nessuno, da Clinton a Obama, rei di avere spostato troppo a destra le politiche del proprio partito. Il ritorno di Michael Moore Il regista, nonostante il quadro così oscuro, non si perde d’animo concentrandosi sui segnali di speranza emersi recentemente negli Stati Uniti. Situazioni ancora poco conosciute per certi versi in Europa, ma che hanno ottenuto una cassa di risonanza notevole oltreoceano. L’elezione di numerose donne nelle recenti elezioni di mid-term in primis, che hanno permesso un parziale svecchiamento del Partito Democratico. Ma anche le rivolte studentesche, con file di giovani in rivolta contro le politiche repubblicane e le lobby delle armi. Non potendo esprimere un giudizio completo su Trump, a metà esatta del suo mandato, il tycoon diviene così il pretesto per un viaggio nell’America profonda. La forza e la debolezza di Moore, al tempo stesso, è quella di aver realizzato un lavoro perfettamente coerente con quelli precedenti. Lo stile di Moore, specie se raffrontato al panorama informatico attuale, appare infatti a tratti anacronistico. Quando Moore si reca fuori la villa del governatore del Michigan per innaffiare il suo giardino, sembra di essere tornati in un qualche programma demenziale degli anni novanta che credevamo di avere dimenticato. Lo stesso raffronto tra l’Americana odierna con la Germania hitleriana appare troppo semplicistico, non supportato da adeguate tesi, scadendo dunque nel già sentito. Fahrenheit 9/11 di Michael Moore è però un documentario da vedere e di cui discutere. […]

... continua la lettura
Teatro

Le Rane di Aristofane in scena al Teatro San Ferdinando

Le Rane di Aristofane, Ficarra e Picone al Teatro Stabile Al Teatro Stabile è di scena il grande teatro classico. Dopo Salomè di Oscar Wilde, visibile al Mercadante fino a domenica, è la volta di un altro testo immortale: Le Rane di Aristofane, commedia vincitrice delle Lenee del 405 a.C. È stato un grande rischio quello del regista Giorgio Barberio Corsetti, portare in scena un testo vecchio di 2500 anni, rendendolo moderno e divertente. Il regista ha potuto però contare sull’apporto di un formidabile duo comico, Ficarra e Picone. La commedia approda così finalmente a Napoli, nel cuore di una tournée che girerà i maggiori teatri nazionali. Corsetti ha dovuto fare i conti, oltre che con i problemi dovuti alla fama e all’impostazione classica del testo, con i nuovi spazi teatrali. La pièce infatti quest’estate è stata messa in scena al Teatro greco di Siracusa. Un successo straordinario, culminato nella diretta nazionale su Rai 1, cui hanno assistito oltre due milioni di spettatori. Le Rane si arricchiscono così di nuove sfumature e significati. La trama, arcinota, prende forma e vita sul palco del Teatro San Ferdinando. Dioniso, il dio del teatro, si reca nell’oltretomba per riportare alla vita Euripide. Quest’ultimo è però assorto in un furioso litigio con Eschilo per stabilire chi dei due sia il più grande poeta tragico. Al via la stagione del Teatro San Ferdinando Dioniso si fa giudice e, scegliendo di anteporre il senso della giustizia e il bene dei cittadini alle proprie preferenze personali, finisce per dare la palma della vittoria ad Eschilo, che dovrà salvare Atene dalla situazione disastrosa in cui si trova. Eschilo accetta infine di tornare tra i vivi lasciando a Sofocle il trono alla destra di Plutone, a patto che non lo ceda mai a Euripide. L’autorevole regia di Giorgio Barberio Corsetti abbatte definitivamente il discutibile confine che separa lo spettacolo “alto” dallo spettacolo “basso”. Le Rane, sfrondato dagli anacronismi, dimostra che per il genere comico può esistere una manifattura a lunga conservazione, che consenta di ridere anche oggi, consapevolmente, di un testo classico. Tutto il corpo teatrale è perfettamente a proprio agio in questa discesa agli Inferi. Il compito è senz’altro facilitato dalla sapiente regia di Corsetti e dal talento umoristico di Ficarra e Picone. La scommessa di Giorgio Barberio Corsetti risulta così vinta in pieno. Le Rane di Aristofane, nonostante la veneranda età, viene forgiata di una veste completamente nuova riuscendo a rivivere di vita propria. Numerosi gli intermezzi canori che spezzano il ritmo serrato della vicenda. La colonna sonora dei SeiOttavi è perfettamente coerente con il ritmo scanzonato e leggero dell’intera faccenda. Fino allo scioglimento finale, quando con la fatidica decisione di Dioniso emerge tutto il pathos del testo.  

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

The other side of the wind, l’ultimo film di Welles a Venezia a Napoli

A distanza di 40 anni The other side of the wind, l’incompiuto film girato da Orson Welles, è stato ultimato. Girato per gran parte degli anni’70, il film non è mai stato concluso ed è stato protagonista di una vicenda complessa che ha trovato la propria conclusione. L’idea del film “The other side of the wind” La sceneggiatura (ad opera di Oja Kadar e dello stesso Welles) ha al centro la storia di J.J. “Jake” Hannaford (John Huston), un regista prossimo alla fine della propria carriera che si ritrova a girare un film a basso costo (e intitolato proprio The other side of the wind) e che arriva ad innamorarsi dell’attore principale, John Dale (Bob Random). The other side of the wind si presenta come una pellicola diversa dal resto della filmografia wellesiana. Il regista di Citizen Kane e The Magnificent Ambersons affronta non solo la tematica dell’omosessualità, ma porta avanti anche una spietata critica contro le ferree logiche dello studio system hollywoodiano. La travagliata produzione di The other side of the wind Orson Welles girò il film tra il 1970 e il 1976, con diverse interruzioni a causa di mancanza di budget. Ciononostante, le riprese del film furono portate a termine. Prima di morire nel 1985, Welles riuscì a montare soltanto 45 minuti di The other side of the wind. Il testimone passò nelle mani dell’amico e regista Peter Bogdanovich, il quale tentò più volte di terminare la post-produzione del film (tentando addirittura di concluderla nel 2010 e di presentare il film al festival di Cannes di quell’anno). Ma le dispute legali per il possesso del materiale filmico tra Oja Kadar e Beatrice Welles, rispettivamente compagna e figlia del regista, hanno contribuito a ritardare la fine del progetto. Il team dietro il “ritorno” di Orson Welles Al completamento di The other side of the Wind sono stati chiamati i collaboratori più stretti di Welles. Il già citato Bogdanovich, ma anche il produttore Frank Marshall, collaboratore anche di Spielberg. Al progetto hanno collaborato anche il montatore Bob Murawski (collaboratore di Sam Raimi nella trilogia di Spiderman e di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker) e Scott Millan per quanto riguarda il sound-mixing (premio oscar per Apollo 13, Il Gladiatore, Ray e The Bourne Ultimatum). Frank Marshall si è dimostrato entusiasta riguardo all’idea di terminare l’incompiuta pellicola di Welles: «Grazie a Netflix, siamo stati in grado di assemblare un team di post-produzione incredibilmente talentuoso per affrontare la sfida emozionante e sconvolgente di completare l’ultimo film di Orson Welles. È stata un’esperienza straordinaria lavorare con lui 40 anni fa e sarà un onore contribuire a far vedere la sua visione finalmente sullo schermo». The Other Side of the Wind è una satira del classico sistema degli studi cinematografici, ma anche del nuovo ordine che, all’epoca, stava rimpiazzando il precedente. L’ultimo film di Welles è un’affascinante macchina del tempo di un’epoca del cinema ormai lontana, ma al contempo il tanto atteso “nuovo” film di un guru della settima arte. Un film di apparizioni e un’apparizione in […]

... continua la lettura
Teatro

Stand-Up Comedy, Saverio Raimondo al Piccolo Bellini

Saverio Raimondo diverte con la sua irriverenza il pubblico del Piccolo Bellini La Stand-Up Comedy di Saverio Raimondo approda al Piccolo Bellini. Il genere, di derivazione anglosassone, ha conosciuto un’evoluzione importante in Italia negli ultimi anni. Moltissimi club e teatri riempiono i propri spazi con una forma peculiare di cabaret che appassiona sempre più persone. Il pubblico napoletano ha così conosciuto colui che probabilmente è il maestro della Stand Up nel nostro paese, Saverio Raimondo. “Il miglior satiro attualmente in Italia”, “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, alcune delle definizioni che gli sono state date. Il one man show del comico, nato a Roma nel 1984, diverte e incanta il pubblico del Piccolo Bellini. Nel salottino posto al piano di sopra della più nota platea sottostante, il monologo di Saverio Raimondo intrattiene i presenti per un’ora e mezza. Lo spettacolo segue i canoni del genere. Assenza della quarta parete, scenografia praticamente assente. Sul palco c’è uno sgabello, un microfono e Raimondo che riempie il vuoto con i suoi racconti, le proprie ansie, senza mancare di qualche attacco satirico qua e là. Lo spettacolo fila via piacevolmente. Saverio Raimondo esibisce senza pudore tutte i propri difetti, le proprie angosce e paure. Lo spettatore può facilmente immedesimarsi in quei piccoli vizi che sono tipici di ogni essere umano. Non mancano attacchi personali, come all’attore Benedict Cumberbatch o ai politici del nostro tempo. Raimondo analizza vere e propri campi semantici, dalla democrazia alla sessualità, dalla tecnologia al denaro, mostrando il ridicolo che c’è in ogni manifestazione umana. One man show dello stand up comedian al Piccolo Bellini Lo stand up comedian alterna così battute folgoranti, riflessioni ironiche, aneddoti personali, il tutto in uno stile particolare. Difficilmente riconducibile alla comicità italiana, ma che anzi si rifà senz’altro a quella anglosassone, come vuole la stand up. Il rapporto con il pubblico, che pure non interviene direttamente, è così estremamente disinvolto, i tempi sono sincopati, il corpo del comico diviene parte integrante dello spettacolo. La faccia “di gomma” di Raimondo diverte il pubblico del Bellini a più riprese. Si passa così da una comicità demenziale a una riflessione amara, ma affrontata pur sempre con l’ironia tipica del genere. In particolare divertono gli aneddoti personali del comico, assurdi e quasi “fantozziani” verrebbe da dire.  Sul palco emergono così i suoi conflitti interiori, dalla paura del volo al proprio rapporto con l’ansia. Temi universali, grazie a cui lo stand up comedian crea un rapporto di totale intimità con il pubblico. Il satiro spezza a più riprese il ritmo con la propria comicità dissacrante, ma a più riprese sembra di assistere a una seduta collettiva di psicoterapia. Come da canone del genere satirico, Raimondo oltre a intrattenere meramente gli spettatori vuole fare così riflettere. La comicità così demolisce e scompone le ipocrisie e i tabù del nostro tempo. Saverio Raimondo è stato così il primo ospite di una vera e propria stagione di stand up comedy. Gli amanti del genere potranno infatti assistere nei prossimi mesi ad una vera e propria rassegna negli spazi intimi […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Timeline alla scoperta del Castello di Baia

I segreti del Castello Aragonese Debutto assoluto per Timeline Napoli al Castello di Baia. In collaborazione con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, l’associazione culturale sbarca infatti nel maniero aragonese per quattro appuntamenti imperdibili (20 e 27 luglio, 1 e 8 settembre). I visitatori avranno la possibilità di esplorare luoghi fino ad ora difficilmente raggiunti dal grande pubblico. Dalla cappella della Madonna di Pilar alle antiche prigioni, il giro permette così una visita totalmente inedita della fortezza, troppo spesso ignorata dal turismo locale nonostante la sua innegabile bellezza. Eretto durante il regno di Alfonso II d’Aragona (1490-1493), il Castello di Baia vanta una storia secolare. Esso fu più volte modificato,  soprattutto per volontà di Pedro de Toledo nel secolo successivo, a causa dell’eruzione da cui si formò il Monte Nuovo. Il Castello rimase praticamente inespugnato nel corso del tempo per via della sua posizione strategica, posto tra il mare e i profondi valloni dei Fondi di Baia. La difficoltà di conquista fece desistere anche le 150 navi di Khair ad-Din, detto il Barbarossa, nel 1544. L’importanza del Castello Aragonese rimase fondamentale fino all’Unità d’Italia. Spagnoli, austriaci e borbonici stabilirono le proprio funzioni militari in questo luogo. Successivamente il castello fu adibito alla custodia dei prigionieri durante la seconda Guerra Mondiale, venendo dotato anche di una batteria antiaerea. La passeggiata nella storia prosegue ininterrotta tra i panorami mozzafiato che il maniero offre sul golfo circostante. In particolare il culmine della visita viene raggiunto con la salita sulla sommità del castello. Qui è infatti possibile ammirare i luoghi segreti e fino ad ora nascosti, resi accessibili grazie all’impegno e alla passione dei ragazzi di Timeline. I resti della villa romana su cui fu originariamente costruito la fortezza, ad esempio, una testimonianza importantissima del rapporto viscerale che legava le ricche famiglie patrizie alla costa napoletana. Tradizionalmente la villa è stata ritenuta per lungo tempo di Giulio Cesare, ma successivamente fu inglobata nella residenza di Nerone. Timeline e la fortezza del tempo Circa la Chiesa del Castello, è impossibile non fare riferimento ai numerosi significati esoterici cui essa rimanda, narrati negli aneddoti delle guide di Timeline. Una contrapposizione con la semplicità stilistica che invece caratterizza il complesso. Splendidi sono gli affreschi di stampo caravaggesco, che permettono di datare la costruzione della cappella agli inizi del Seicento. Entrando dall’ingresso ad est, sulla destra è situata la tomba del Marchese Don Diego Quintano de Rosales, il quale è effigiato in uno stupendo busto marmoreo. Armato di torcia ed elmetto, il visitatore è guidato da Timeline nelle prigioni del Castello di Baia. Le prigioni erano in tre zone diverse: in prossimità dei Corpo di Guardia, all’ingresso del Castello e nei locali sottostanti alla “Prima Batteria S. Antonio”. Successivamente furono nuovamente utilizzate durante la Grande Guerra. Rimangono sulle mura le agghiaccianti testimonianze dei prigionieri, costretti a condizioni disumane per tutta la durata della loro reclusione. Timeline guida il visitatore alla scoperta di un luogo magico e che troppo spesso viene sottovalutato. Proprio questa è la forza dell’associazione culturale, che permette di […]

... continua la lettura
Teatro

Al Pacone, un avarissimo boss al TRAM

Al Pacone, una rilettura di Molière Massimo Maraviglia ritorna al Teatro TRAM fino al 22 aprile. Dopo lo Strafaust, il regista napoletano scrive e dirige a modo suo un’altra figura celeberrima dell’immaginario collettivo artistico e figurativo. Se nella precedente elaborazione era stata la volta di Faust e Mefistofele, stavolta è l’Avaro di Molière a subire una trasposizione. Il personaggio del vecchio avaro è una figura estremamente ricorrente nella storia del teatro classico. Fu Plauto a darne una prima elaborazione con Euclione nella sua Aulularia, ispirando proprio Molière secoli dopo. Un personaggio che, con i suoi vizi, offre lo spunto per numerose situazioni comiche, ma che spesso è stato il pretesto per analizzare tematiche più complesse. Quegli avari avevano però un rapporto molto infantile con il denaro. Euclione e Arpagone sono semplicemente ossessionati dal timore di essere derubati. Entrambi, compenetrati nella loro ossessione, non possono danneggiare nessuno. Al più fanno fanno sorridere, che è questo lo scopo semplicistico della commedia. Avarissimo boss Così si giunge alla rilettura di Massimo Maraviglia. Arpagone diventa Al Pacone, che non è solo una rima ma anche un’assonanza di Al Capone, celeberrimo gangster americano. Un simbolo, suo malgrado, della mafia newyorchese del primo dopoguerra. Idolatrato anche da personaggi che con la mafia non hanno mai avuto niente  a che fare, al punto da divenire il protagonista di film e romanzi. Proprio questo è il presupposto sul quale si basa l’intera vicenda. Il ruolo dell’avaro viene preso da un boss. Due figure che sembrano apparentemente simili ma che in realtà presentano numerose differenze. L’avaro ha un rapporto compulsivo ma egoistico con il denaro, pensa solo a come e quanto arricchirsi. L’avarizia dei boss prende invece il sopravvento su tutto quello che gira intorno. E così la sete di denaro di Al Pacone si scatena su tutta la sua famiglia e diviene il fulcro dello spettacolo. Al Pacone (Antonio Torino) è un personaggio che sente l’influenza dei classici avari del teatro ma che riesce a vivere di vita propria. Di Plauto si sente senz’altro l’influsso della commedia degli equivoci. Il malinteso tra il boss e il proprio figlio Geruzzo (Giovanni Scotti) sul matrimonio con Gloriosa Assunta (Alessandra Sass0) diverte e commuove allo stesso tempo. Come in Molière, quello dell’avarizia è solo un pretesto per approfondire altre tematiche. Molière e Plauto rivivono in Al Palcone Estremamente riuscita è infatti la scelta di trasporre la figura di Arpagone in un boss criminale. Al Pacone ridicolizza tutte quelle figure del crimine che al giorno d’oggi televisione e cinema mettono in risalto. Personaggi che, per definizione, dovrebbero essere anti-eroi e che invece vengono trattati all’esatto opposto. La parlata a tratti incomprensibile e il costume popolare completano poi la maschera più riuscita della messinscena, quella interpretata da Antonio Torino. Al Pacone è anche un antidoto contro tutta questa serietà e importanza che viene data a determinate figure. La compagnia Asylum Anteatro ai Vergini continua così una duplice e proficua collaborazione, non solo con Massimo Maraviglia, cui va dato atto di aver riletto in maniera estremamente originale […]

... continua la lettura
Recensioni

La paranza dei bambini al Teatro Trianon Viviani

« E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo. » Saviano e Gelardi con La paranza dei bambini al Trianon Dopo la felice esperienza di Gomorra, Roberto Saviano e Mario Gelardi tornano con un nuovo progetto teatrale. La paranza dei bambini sarà in scena al Trianon fino al 9 aprile. Un ritorno attesissimo a Napoli dopo il brillante debutto al Nuovo Teatro Sanità degli scorsi mesi. Tra le menti partenopee più brillanti partorite negli ultimi anni, il duo continua così una proficua collaborazione. Lo scenario è ancora una volta la loro città natale, sempre ricca di contraddizioni e così adatta con i suoi luoghi a subire analisi e trasposizioni artistiche. La paranza dei bambini si ispira all’omonimo romanzo di Saviano, pubblicato nel 2016,prima opera completamente di finzione dell’autore partenopeo. Il progetto teatrale narra la controversa ascesa di un giovane gruppo criminale verso il potere. Un successo apparentemente inarrestabile, a metà tra la tragedia shakespeariana e il buio dei fumetti di Frank Miller. Saviano e Gelardi ci portano direttamente in medias res. Dei personaggi si sanno poche e frammentate informazioni. Il leader della paranza, Nicolas (Riccardo Ceccarelli), detto Maraja, è probabilmente un universitario, accecato dal potere e dai soldi facili del crimine. Anche degli altri componenti, nulla farebbe pensare a famiglie disagiate. Una scelta stilistica evidentemente in contrapposizione con il romanzo. La paranza viene dal mare Lollipop, Dentino, Drone, Dumbo. Quindicenni dai soprannomi innocui, con le scarpe firmate e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. La paranza non ha paura di niente, né del domani né della morte. Questi adolescenti sanno che bisogna giocare sul rischio, puntando tutto e subito. Guidati dal capo Nicolas Fiorillo, imparano a sparare con le pistole semiautomatiche e gli AK-47. Seminano il terrore per le vie del centro di Napoli. A poco a poco prendono il controllo dei quartieri. Stringono alleanze con i vecchi boss in declino e distruggono le paranze avversarie. Gestiscono piazze di spaccio che fatturano migliaia di euro. Una pesca a strascico che non tiene conto di niente e nessuno. Non a caso “paranza”, che in gergo camorristico indica un gruppo criminale, è un termine di origine marinaresca.  Le “Paranze” sono infatti le piccole imbarcazioni che con le reti pescano pesci per la frittura. Questi giovani sono corvi neri, senza scrupoli, violenti nelle parole ma soprattutto nei fatti. Saviano e Gelardi sono abili a fotografarli in un momento chiave, quello della crescita, il passaggio ancestrale dall’infanzia all’età adulta. Un’ascesa irrefrenabile, una sete di potere che finirà per inghiottire Nicolas in un accostamento ideale con Riccardo III. Il sangue bagna Napoli La paranza dei bambini è un dramma puro. Davvero sorprendente è  la resa teatrale del testo di Saviano. Un’opera che incredibilmente appare più profonda se vissuta a teatro. Assistere infatti alle interpretazioni degli attori in scena è godimento puro. Non si può non evidenziare la prova di Riccardo Ciccarelli, il giovane attore partenopeo merita una citazione […]

... continua la lettura
Teatro

Qualcuno volò sul nido del cuculo, il grande cinema al Teatro Bellini

“Almeno ci ho provato, vacca troia… Almeno ci ho provato”. Randle McMurphy Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è uno dei film più celebri della storia della cinema. Diretto da Milos Forman, si avvale della straordinaria interpretazione di Jack Nicholson. Rientra nel ristretto novero, con Accadde una notte e Il silenzio degli innocenti, delle opere ad aver vinto i cinque Oscar principali. Nel 1976 fu premiato come miglior film, per il regista, gli attori e la sceneggiatura. Un en plein che lo proietta di diritto nella storia della cinema. Qualcuno volò sul nido del cuculo: la trasposizione teatrale al Bellini Al Bellini tocca così alla settima arte a subire una trasposizione teatrale. L’adattamento del pluripremiato film di Milos Forman è in scena da ieri sera fino al 25 marzo, in una stagione che ha visto il teatro di Via Conte di Ruvo mettere numerose opere letterarie in scena, con un occhio particolare per il lavoro di Dostoevksij grazie alle rappresentazioni di Delitto/Castigo e Il giocatore. Numerose sono le collaborazioni di prestigio che hanno preso parte a questa opera. Lo spettacolo è diretto da Alessandro Gassman, mentre l’adattamento è stato curato da Maurizio De Giovanni: due nomi di spessore che rappresentano l’architrave dell’intero spettacolo. Qualcuno volò sul nido del cuculo vede però la partecipazioni di attori ormai punto di riferimento per la scena teatrale italiana: Daniele Russo e Elisabetta Valgoi in primis, nei panni di Randle McMurphy e dell’infermiera Ratched, Giacomo Rosselli, Emanuele Maria Basso e Alfredo Angelici tra gli altri. Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo Lo spettacolo dunque trova il proprio riferimento più diretto, nell’immaginario collettivo, nel pluripremiato film di Forman del 1975. Opera che però fu basata sul libro pubblicato da Ken Kesey nel 1962, seguita l’anno successivo dal primo adattamento teatrale di Kirk Douglas a Broadway. L’interpretazione di Jack Nicholson, l’amicizia con il grande capo Bromden, la rigidità della Ratched. Per la prima volta nella storia della cultura pop venivano trattati temi fino ad allora considerato tabù: la pazzia, gli ospedali psichiatrici, le malattie mentali. Qualcuno volò sul nido del cuculo subisce così una rielaborazione estremamente personale da parte di Gassman. Randle McMurphy diventa Dario Danise e la sua storia e quella dei suoi compagni si trasferiscono nel 1982, nell’Ospedale psichiatrico di Aversa. L’istrionico attore Daniele Russo conferma la sua crescita professionale e umana con una straordinaria interpretazione dalle molteplici sfaccettature. Dario Danise, così come Randle McMurphy, diviene simbolo di libertà, voglia di scappare da una vita preimpostata e dettata dalle rigide regole della quotidianità. È questo il presupposto sul quale si basa l’intera pièce. I compagni di Danise sono spaventati a tal punto dal momento che c’è fuori dall’accettare di essere sottoposti dal “regolamento” di Suor Luisa. La direttrice dell’OPG di Aversa (nel film miss Ratched, per alcuni metafora della ben più celebre Margaret Thatcher) è interpretata da una strepitosa Elisabetta Valgoi. Sul valore e la splendida riuscita delle interpretazioni […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Richard Galliano, al via il Festival MANN

Il jazz di Richard Galliano al Museo Archeologico Ricomincia il Festival MANN. La manifestazione, giunta alla seconda edizione, si svolgerà anche quest’anno negli spazi insoliti ma affascinanti del Museo Archeologico. Un luogo sicuramente inusuale per un evento del genere. Forse è proprio questa la forza del Festival. È infatti difficile trovare un altro posto dove poter dialogare con Daniel Pennac, o ammirare la musica di Michael Nyman all’ombra delle innumerevoli statue greche e romane. Per dire tra gli ospiti più attesi di questa edizione. L’idea di un museo moderno come spazio da vivere a tutto tondo, che non si limita alla semplice visita scolastica o pomeridiana. Richard Galliano è uno dei più grandi compositori viventi. Nato in Provenza nel 1950, virtuoso della fisarmonica, unico esponente di questo particolare strumento a registrare per la prestigiosa etichetta “Deusche Grammophon”. Considerato l’erede di Astor Piazzola, l’uomo che rivoluzionò per sempre il tango. Proprio l’incontro, nel 1980, con il musicista argentino ha cambiato la vita di Galliano. Il fisarmonicista da quel momento incentrò la ricerca sui propri generi e stili preferiti. Il tango, senza dubbio. Ma anche la tradizione mediterranea e la samba. Richard Galliano ha portato in scena questo insieme tra generi così apparentemente contraddittori sul palco della Sala della Meridiana. D’altronde, pochi luoghi come Napoli sono capaci di unire stili e culture differenti. Atmosfere francesi, tango angertino, ritmi brasiliani Lo stesso Galliano ha infatti elogiato Napoli sotto questo punto di vista. Il musicista francese non è nuovo ad esibirsi all’ombra del Vesuvio. Memorabile fu il suo concerto nel 2014 con Marco Zurzolo sul “Gran Cono” del vulcano più famoso del mondo. Napoli che entra di diritto nel cuore di Galliano, al pari di città multietniche e controverse, come Buenos Aires o Marsiglia. Richard Galliano è stato capace di ricordare quanto la forza della musica può valere più di mille parole. Le sue composizioni trasportano infatti l’ascoltatore nei luoghi d’ispirazione del jazzista. Per un attimo, più che sotto il soffitto settecentesco della Sala della Meridiana, sembra di potersi specchiare nelle acque del Vieux Port o passeggiare sull’Avenida 9 Julio. L’omaggio ad Astor Piazzola Il grande merito di Galliano sta nella sua originalità, nell’essere riuscito a mescolare tutte queste culture in una nuova musica, fatta di jazz e di tradizioni filtrate dalle proprie esperienze. Dalle ballads a echi di valzer, passando per il Tango Nuevo di Piazzola. Proprio il maestro argentino è stato omaggiato a più riprese durante il concerto. In particolare con un arrangiamento di una delle più celebri composizioni, Libertango. Il Festival MANN comincia insomma come meglio non potrebbe. Con una Sala della Meridiana gremita per omaggiare uno dei più grandi jazzisti viventi. La manifestazione avrà luogo fino al 28 marzo. Tanti gli ospiti attesi, oltre ai già citati Nyman e Pennac. Paolo Fresu, Carlo Verdone e Rick Wakeman tra gli altri. Per un’edizione che punta alla conferma e alla crescita di uno dei progetti più interessanti in città.

... continua la lettura
Teatro

TRAM, debutta Malagrazia di Phoebe Zeitgest

Malagrazia al TRAM Continua la stagione teatrale al TRAM. Il piccolo teatro, sito nel cuore del centro storico, è ormai un punto di riferimento culturale per la città di Napoli. Questa settimana sarà in scena, dal 15 al 18 marzo, Malagrazia. Uno spettacolo ideato da Phoebe Zeitgest, gruppo teatrale fondato nel 2008 a Milano dal regista Giuseppe Isgrò. Malagrazia nasce da un’idea di Michelangelo Zeno, scrittore e drammaturgo milanese. I temi principali della compagnia teatrale emergono tutti con forza nell’ora e venti di spettacolo. La lotta tra parola e corpo, la persistenza dell’immaginario, il potere e le sue ripercussioni nelle relazioni private. In un’isola non specificata, che potrebbe essere in ogni dove, si svolge la storia di Sebastiano e Carmelo: due fratelli assediati dal pensiero costante di ciò che è fuori, di ciò che è stato e ciò che sarà. Sebastiano e Carmelo sono orfani che riscrivono la propria vita familiare, sono superstiti all’alba di una nuova era. I loro dialoghi assurdi ed esistenzialisti spiazzano continuamente lo spettatore. L’amore tra due fratelli piano piano finisce con l’abbandonare le dimensioni del lecito e del comune. La grazia che viene dal male L’isola di Sebastiano e Carmelo non viene mai specificata nel corso dello spettacolo. Potrebbe essere pertanto qualunque luogo, qualsiasi città. Malagrazia è ispirata fortemente dall’opera del drammaturgo palermitano Franco Scaldati, autore che dedicò gran parte del proprio lavoro alla terra natale, la Sicilia. I due gemelli simulano nel corso dell’opera mondi passati e presenti. Sebastiano e Carmelo sono esemplari di una nuova specie, all’alba di un mondo tutto da scoprire. Ogni oggetto e ogni ricordo che rimangono sull’isola acquista un nuovo significato, un uso improprio o paradossale. Vengono sperimentati mondi nuovi, passati ed eterni, fino alla ricerca dell’origine dell’uomo. Malagrazia offre diversi spunti particolarmente interessanti. Diverse possono essere le chiavi di lettura, per uno spettacolo che non perde la leggerezza nonostante la gravità delle tematiche analizzate. La paura della morte, innanzitutto: un timore ancestrale, che accomuna tutti gli uomini di ogni generazione. Al quale Sebastiano e Carmelo trovano però un rimedio nei loro dialoghi. L’amore, con la sua forza prepotente, che sia passione per una persona o per una particolare attività. Nessuno vive per sé stesso Nota di merito per gli attori Edoardo Borbone e Daniele Fedeli. I due giovani interpreti meritano un plauso per il loro coraggio nel mettere in scena un’opera di certo non semplice. La scrittura di Michelangelo Zeno lascia continuamente di stucco chi assiste alla messinscena. Evidente è l’influenza del lavoro di Franco Scaldati, così come le opere di teatro dell’assurdo. Malagrazia è la storia di due gemelli , Sebastiano e Carmelo, emblemi della solitudine in attesa della maturazione dei nostri sogni. Nella storia dei due emerge tutto lo sconforto di un’umanità terribilmente dilaniata dalla paura di restare con sé stessa. La vertigine emotiva di Michelangelo Zeno arricchisce lo spettatore, lasciandolo sgomento nel tentativo di trovare interpretazioni personali. Malagrazia è la “grazia che viene dal male”, ovvero l’incredibile e controversa capacità umana di resistere alla catastrofe.

... continua la lettura
Teatro

Frida y Mexico, l’arte approda al TRAM

Concerto per Frida Khalo Della vita di Frida Kahlo si è scritto ormai di tutto. Un’esistenza tormentata e passionale, degna di un’artista ribelle ai canoni della società e della quotidianità. Molteplici sono le versioni di questa piccola e geniale messicana. C’è una Frida anticonformista, una Frida icona delle donne, una Frida militante comunista. Ossessionata dal suo rapporto con un corpo gracile segnato da un incidente in autobus all’età di diciotto anni. Grazie alla voce di Ana Rita Rosarillo e alle letture di Rita Russo, gli strazi e le gioie dell’artista messicana approdano sul palco del TRAM. Il teatro, sito nel cuore di Port’Alba, si conferma punto di riferimento per un riuscito connubio tra arte e teatro. Il concerto segue infatti l’iniziativa Vissidarte-L’arte racconta i pittori. Una serie di spettacoli e workshop dove gli spettatori hanno assistito alle vicende di artisti geniali e tormentati: da Vincent Van Gogh a Oscar Wilde, passando per la Gioconda di Leonardo da Vinci. La Khalo è una delle più grandi artiste del Novecento. Figlia della rivoluzione messicana, al punto da cambiare la propria data di nascita dal 1907 al 1910, anno che segna l’inizio delle lotte che portarono alla fine del regime di Porfirìo Diaz. Frida y Mexico scava nell’animo dell’artista, per raccontare i suoi sogni e le angosce. C’è l’amore folle per Diego Rivera, ci sono le sue esperienze bisessuali, i successi con le mostre a New York e Parigi. Frida y Mexico,pasiòn en musica Lo spettacolo, grazie alla sua struttura sofisticata, analizza anche un aspetto spesso sottovalutato della sua vita: il suo rapporto con la musica. Partendo dall’animo latino di Rosarillo, italo-argentina, Frida y Mexico alterna una selezione di canzoni classiche messicane e i successi del jazz americano che la Kahlo amava. “La llorona”, “Paloma negra”, “Sandunga”, “Cielito Lindo”. Mariachi e latinos approdano così sul palco del TRAM. Figure tipiche di quel folklore messicano che tanto le fu caro. Frida y Mexico è anche un omaggio alla canzone sudamericana e argentina. La Rosarillo ha scelto saggiamente di omaggiare in questo modo la sua terra natia. Ci sono anche riferimenti all’Europa, le cui canzoni Frida imparò ad amare nei suoi pochi viaggi all’estero. Importante è anche il riferimento a Maxine Sullivan, precorritrice di Ella Fitzgerald e Billie Holiday, l’artista jazz americana che  amava di più.  

... continua la lettura
Teatro

Qui e ora di Mattia Torre debutta al Teatro Nuovo

Continua la stagione teatrale al Teatro Nuovo. Sito nel cuore dei quartieri spagnoli, punto di riferimento culturale per la città, il teatro vede approdare sul proprio palcoscenico Qui e Ora, spettacolo diretto da Mattia Torre, scrittore e regista capitolino. Prodotta da Marco Balsamo e Fabrizia Pompilio, l’opera sarà in scena fino al 25 febbraio. Sullo sfondo della parata militare del 2 giugno, due scooter si scontrano sul Raccordo Anulare. Le frecce tricolore brillano nel cielo mentre in terra c’è l’inferno. Una scena quotidiana, apparentemente banale, avvenuta chissà quante volte nel traffico di Roma. Grazie all’umorismo di Mattia Torre essa diviene il pretesto per offrire uno spaccato dell’Italia. Una società arrabbiata, ottusa, esterofila. Sempre sull’orlo della guerra civile ma, in realtà, maestra nell’arte dell’arrangiarsi. Valerio Aprea e Paolo Calabresi sono i protagonisti della messinscena. Entrambi gli attori sono noti non solo alle platee teatrali ma anche al grande pubblico, grazie alle loro partecipazioni ad alcuni dei maggiori programmi nazionali, da Boris alle Iene. Il feroce umorismo di Mattia Torre Gli attori sono straordinari a rovesciare col passare del tempo le premesse iniziali. Se l’uno era inizialmente vittima e l’altro carnefice, in attesa dei trascorsi tutto si capovolge. L’opera è un turbinio continuo di accuse e reazioni. Con l’aiuto dello black humour di Torre, più che a una comune commedia sembra di assistere a un’opera di teatro dell’assurdo. Un Endgame in salsa capitolina. Paolo Calabresi è Aurelio, volto noto dei programmi culinari. Un cuoco brillante dalla vita mondana che ha di sé l’immagine di un superuomo. Valerio Aprea è Claudio, disoccupato e divorziato della provincia romana che fatica a trovare un impiego. Proprio il conflitto tra queste due personalità così differenti è il presupposto su cui si regge l’intero spettacolo. La scena si apre in medias res. I due scooter giacciono sullo sfondo, distrutti dallo scontro. Claudio è a terra moribondo e fa fatica a rialzarsi. Aurelio, noncurante dell’uomo ferito, è invece alla prese con i suoi impieghi di lavoro. Uno specchio, perché no, di una società sempre più veloce, ma che pecca sempre più di umanità. Calabresi e Aprea rovesciano completamente le premesse iniziali Comincia così uno scontro tra due vite completamente opposte. Nell’ora e dieci di attesa dei soccorsi- e del tempo teatrale della vicenda- si assiste al confronto tra la mondanità e l’ordinarietà. Tantissime sono le accuse che i due si rivolgono a vicenda. Inizialmente è Aurelio a prendersi la scena definendo a più riprese Claudio un rustico, un uomo che viene dal passato. Con il proseguo dell’opera è però il disoccupato romano a prevaricare. Claudio identifica nella sciccheria di Aurelio il male del nostro tempo, in un crescendo finale di accuse che porteranno gradualmente alla conclusione. Grazie alle straordinarie interpretazioni dei protagonisti, Qui e Ora rovescia completamente le aspettative iniziali dello spettatore.  La diatriba tra Aurelio e Claudio non è solo divertente e spassosa, grazie anche alla scrittura tagliente di Mattia Torre e ai suoi continui riferimenti ai luoghi comuni del nostro tempo: Qui e Ora è metafora dei […]

... continua la lettura
Teatro

Certe Notti con Luciano e Felice Panico al Teatro Gloria di Pomigliano

Io, Ligabue e altre storie “Certe Notti con Luciano – Io, Ligabue e altre storie” torna in scena. Continua la tournée di Felice Panico, dopo il fortunato debutto a Napoli. Autore e attore teatrale, vanta all’attivo importanti collaborazioni, tra cui qulle con Marco Baliani, Roberto Andò, Giuseppe Bertolucci, Rocco Papaleo. Lo spettacolo è approdato in un luogo simbolo per il regista, Pomigliano d’Arco, sua città natale. Città che ha dato inizio a una carriera ormai quasi ventennale. Quello che un tempo era un ragazzo alle prese con i primi amori liceali ora è un affermato regista teatrale. Se c’è un elemento che ha accomunato questi venti anni è però la musica di Luciano Ligabue. Autori di testi e melodie dove è possibile specchiarsi, trovando le parole giuste che altrimenti mancherebbero. Così le canzoni di Ligabue diventano il pretesto sul quale si poggia l’intero spettacolo. “Certe notti con Luciano” è un’opera di teatro canzone, forma cara a Felice Panico. Nessun attacco alla borghesia e alla società tipiche dei riferimenti gaberiani. “Certe Notti con Luciano” è la storia di un ragazzo di provincia che ha realizzato i propri sogni. Passando per l’università a Roma, le estati pugliesi nei villaggi turistici, le prime esperienze teatrali in giro per l’Italia. Per gli amori e i dolori che fanno parte della vita di ogni uomo. Passando per il Liga. Certe notti con Luciano Sulla scena Felice Panico è accompagnato da Ernesto D’Arienzo (percussioni), Umberto Esposito (tastiere), Giovanni Nocerino (basso), Davide Tammaro (chitarra). Assoli e intermezzi acustici che ripercorrono i sogni di rock’n’roll, quelle certe notti, da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è. Di quella notte sul Lungotevere. Oppure di quella magica estate del 2006, con l’Italia ‘pallonara’ sul tetto del mondo. La musica ci riporta indietro indietro al 1995. L’anno di Buon compleanno Elvis. “Vivo o Morto X”, “I ragazzi sono in giro”, “Hai un momento Dio?”. Ma soprattutto Certe Notti. Il disco segna l’ingresso prepotente di Ligabue nel pantheon della musica italiana. Lui, all’epoca, era un indie dai capelli lunghi fino alle spalle e con gli stivali da cowboy. Che con le sue canzoni arriva a un ragazzo di provincia, dagli occhiali ‘modello Prima Repubblica’ e dai mocassini Lumberjacks. Voglioso di esperienze, di passioni, di amori, di qualcosa in cui credere. Convincendolo ad abbandonare il violino in favore della chitarra. Comincia così una storia lunga vent’anni. Arrivata fino ai giorni nostri, e che deve ancora terminare. Perché, come canta Ligabue, il meglio deve ancora venire. Tanti sono i riferimenti personali della messinscena. Ridurre però “Certe Notti con Luciano” a una semplice opera autobiografica sarebbe riduttivo. Oltre che narcisistico da parte di chi ha ideato lo spettacolo. Tra palco e realtà con Felice Panico “Certe Notti con Luciano” è uno specchio dove poter immergerci. Perché siamo esseri mutevoli, continuamente soggetti alle sfide cui ci pone la vita. Ma c’è sempre quel minimo denominatore che ci accompagnerà per sempre e che aiuta a ricordare cosa eravamo e cosa siamo. Un compito che viene svolto […]

... continua la lettura
Teatro

Dostoevskij, il giocatore al Teatro Bellini riletto da Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan

“È forse possibile accostarsi al tavolo da gioco senza farsi immediatamente contagiare da superstiziosi presentimenti?” Fëdor Dostoevskij, Il giocatore secondo Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan La grande letteratura torna al Teatro Bellini. Fino al 17 dicembre sarà in scena Il giocatore, tratto dal romanzo di Fëdor Dostoevskij. L’opera è il terzo atto di una ideale trilogia della libertà. Il giocatore segue la società dispotica del visionario Arancia Meccanica e l’opprimente ospedale psichiatrico di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Quest’ultima messinscena, diretta da Alessandro Gassmann, tornerà sul palco del Bellini nel mese di marzo. Diretta da Gabriele Russo, la pièce riprende fedelmente la struttura narrativa di Dostoevskij. Siamo a Roulettenburg, una cittadina fittizia della Germania. Il giocatore narra di un giovane precettore, Aleksej Ivànovic (Daniele Russo), che perde interesse nei confronti di tutto ciò che lo circonda. In nome di un’unica passione, alienante e dispotica: il gioco d’azzardo. La vicenda si svolge in un’atmosfera affascinante e atemporale, tra baroni tedeschi, francesi manipolatori, gentlemen inglesi. Ivànovic è follemente innamorato della giovane Polina (Camila Semino Favro), figliastra di un generale russo. Amore, tuttavia, non ricambiato. Sullo sfondo agiscono altri personaggi particolarmente caratterizzati. Il generale russo, interpretato da Marcello Romolo, a sua volta innamorato perdutamente di M.lle Blanche (Martina Galletta). Attorno a questo nucleo agiscono l’inglese Mr. Ashley (Alfredo Angelici) e il marchese De Grieux (Sebastiano Gavasso). Una straordinaria Paola Sambo è Antonida Vasil’evna, la baboulinka che spezzerà l’equilibrio della prima parte dopo l’intervallo. Dostoevskij e la grande letteratura al Teatro Bellini Il giocatore è probabilmente l’opera di Dostoevskij nel quale sono presenti maggiori spunti autobiografici. Lo stesso romanziere russo soffrì a più riprese di problemi di ludopatia. Il ricordo di quanto vissuto in prima persona e la straordinaria abilità narrativa del romanziere russo si intrecciano così in un’unica opera, permettendo di tastare con mano, di vivere direttamente le vicende di Aleksej Ivànovic (vero e proprio alter ego di Fëdor Dostoevskij). La stessa genesi creativa del romanzo è da rintracciarsi nella scommessa e nel rischio. Il giocatore è stato scritto nel 1866, anno particolarmente tragico nella vita di Dostoevskij. Vedovo e dedito alla roulette, Fëdor Michajlovič si rivolse all’editore Stellovskij per pubblicare un nuovo romanzo. Stellosvij gli diede un ultimatum di dieci mesi, fino al novembre del 1866, per dare alle stampe una nuova opera. In caso contrario, gli sarebbero spettati tutti i diritti d’autore delle opere di Dostoevskij. Il romanziere russo dimenticò completamente la scadenza. Nell’ottobre dello stesso anno decide di affidarsi ad una stenografa per completare un nuovo romanzo entro la scadenza prefissata. Il libro fu ultimato in soli ventotto giorni, salvando Dostoevskij dal rischio di perdere tutto. E nacque un amore con la stenografa, Anna Grigor’evna. Un vortice senza uscita di azzardo, amori, passioni Il gioco d’azzardo è così il vero protagonista del romanzo e della messinscena. Esso è presente, in forma di metafora o di allusione, ovunque: è nelle relazioni ossessive dei personaggi, nei vani momenti di luce nel buio della ludopatia, nei rilanci cui sono costretti dalle circostanze. “Zéro!” afferma a più riprese Ivànovic con la baboulinka Antonida Vasil’evna, nel casinò […]

... continua la lettura
Recensioni

“Quel gran pezzo della Desdemona” di Luciano Saltarelli al Teatro Bellini

Desdemona tra Shakespeare e Lando Buzzanca. Accostare Shakespeare e la commedia sexy all’italiana non è proprio esercizio da tutti i giorni. Da un lato, il più grande drammaturgo della cultura occidentale. Dall’altro, più che un genere cinematografico, un sottogenere che ha accomunato registi e attori italiani durante gli anni settanta. Lino Banfi, Lando Buzzanca e Pippo Franco tra gli altri. Sarebbe dunque difficile anche solo lontanamente trovare un punto di contatto tra Shakespeare e le pellicole appena citate. Luoghi, tematiche e protagonisti profondamente diversi l’uno dall’altro. Apparentemente inconciliabili. Luciano Saltarelli però ha saputo coniugare la struttura narrativa del Bardo dell’Avon con il gusto trash della commedia sexy. È su questo gioco di contrasti che si poggia Quel gran pezzo della Desdemona, spettacolo di cui Saltarelli è regista e attore e che sarà in scena al Teatro Bellini fino al 3 dicembre. Prodotto da Napoli Teatro Festival, Quel gran pezzo della Desdemona è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare. Una versione va detto, estremamente licenziosa. Della tragedia del Bardo resta poco e niente: oltre che i nomi originali, rimangono le numerosi citazioni e i riferimenti disseminati qua e là nella messa in scena. L’operazione risulta però estremamente dilettevole e aiuta a riflettere su un periodo controverso della nostra storia recente. Gli anni di piombo. Quelli delle brigate rosse, dei neofascisti, degli anarchici e delle masse in cerca di lavoro. Desdemona: tragedia sexy all’italiana di Luciano Saltarelli La vicenda è ambientata nella Milano degli anni settanta. Una Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, che accoglie fiumi di meridionali in cerca di fortuna nelle fabbriche. In questo contesto agiscono i personaggi: maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Tutte accomunate da quel gusto trash di cui già si è detto. Tipico di una città vogliosa di emanciparsi da anni bui, ma ancora lontana dal diventare la Milano da bere del decennio successivo. Rebecca Furfaro è la bellissima e avvenente Desdemona. Una pin-up che potrebbe recitare tranquillamente accanto a Lando Buzzanca. Desdemona è la figlia di Brambilla, proprietario di una fabbrica di manichini. Nell’azienda del Cavaliere, interpretato dallo stesso Saltarelli, lavorano gli altri protagonisti della vicenda. Moro (Luca Sangiovanni) è un emigrato dal profondo sud. Operaio efficientissimo, un soldatino nella mani di Brambilla. Egli è muto, privo di voce da quando salvò la fabbrica da un incendio. Lo stesso Saltarelli e Giampiero Schiano sono Jago e Cassiolo, personaggi che agiscono spesso assieme nella messinscena. Cassiolo è un operaio romano, perdutamente innamorato di Desdemona. Per conquistare la bellissima figlia di Brambilla si serve degli stratagemmi di Jago: un “gentiluomo napoletano”, per sua stessa definizione, infimo e astuto che truffa continuamente lo sciocco Cassiolo. Metti un Bardo a Milano La contrapposizione tra i due dialetti, romano e napoletano, è davvero riuscita. Le scene con Cassiolo e Jago sono tra le più divertenti dello spettacolo. “Chistu è propeto strunz” afferma a più riprese Jago in riferimento al collega romano. Assiolo dovrà però lottare con Moro, di cui a sua volta è perdutamente innamorata Desdemona. Completano il quadro gli altri personaggi femminili della […]

... continua la lettura
Teatro

Teatro Bellini, in scena “Il nome della rosa”

Al Teatro Bellini è in programma Il nome della rosa: trasposizione dell’omonimo romanzo di Umberto Eco, che farà tappa a Napoli fino al 26 novembre per la regia di Leo Muscato, con Luca Lazzareschi e Luigi Diberti tra gli altri. Una parentesi, quella napoletana, prevista nel mezzo di una tournée che toccherà i teatri di tutta Italia, da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova. Il nome della rosa è l’opera più famosa di Umberto Eco (1932-2016), intellettuale, semiologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, la cui recente scomparsa è una ferita ancora aperta nel cuore di molti. Fu tra i pochi intellettuali capaci di unire più che di dividere; peculiare era la sua capacità di rendere fruibile la sua immensa sapienza anche a chi di cultura non ha mai vissuto direttamente. E il romanzo in questione è proprio uno dei maggiori esempi in tal senso. Vincitore del Premio Strega nel 1981, inserito tra i 100 libri del XX secolo da Le Monde: sono tanti i riconoscimenti di cui può fregiarsi Il nome della rosa. L’opera viene ricordata anche per la versione cinematografica del 1987 di Jean-Jacques Annaud, con un indimenticabile Sean Connery. Oggi il romanzo, che definire storico, giallo o filosofico è riduttivo, vive la sua prima trasposizione teatrale. Il nome della rosa diverte, commuove e fa riflettere Come in una sorta di dejavù veniamo proiettati in una fantomatica abbazia di ordine cluniacense dell’Italia settentrionale. Teatro di omicidi, veleni, intrighi e scoperte. Si viene catapultati agli inizi del XIV secolo, nel culmine della lotta tra Chiesa e Impero e riappaiono figure familiari quali Guglielmo da Baskerville e il suo giovane scudiero Adso da Melk. I due vengono incaricati dall’ansioso abate Abbone di far luce sull’omicidio del confratello Anselmo. Tornano Jorge Da Burgos, l’anziano frate cieco, e l’inquisitore Bernardo Gui. Per non dimenticare il celleraio Remigio da Varagine e l’anziano Alinardo da Grottaferrata. Personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, grazie al successo del libro e del film. Leo Muscato ha provato a reinterpretare in maniera personale queste maschere. Un rischio calcolato, quello del regista di Martina Franca. Prima che uno dei più apprezzati autori del panorama teatrale italiano, Muscato è stato infatti un appassionato lettore del romanzo di Eco. L’opera viene scomposta e analizzata minuziosamente in ogni sua parte. La versione teatrale si compone di undici quadri tematici che scandiscono lo spettacolo, segnati da continui cambi di spazio. Lo spettatore dimentica quanto già letto o visto in precedenza e viene immerso in nuove dimensioni percettive Un’operazione non facile, quella di ricreare uno spazio temporale e scenico credibile, soprattutto per le numerose citazioni e descrizioni presenti all’inizio di ogni capitolo del libro. La scenografia è solo apparentemente spoglia; in un ambiente così piccolo come quello teatrale sembrerebbe difficile ricreare i mille luoghi dell’abbazia. Grazie però a giochi di luce, proiezioni, interpretazioni entriamo man mano nell’erboristeria, nella biblioteca, nel cortile, nella chiesa. Quando Adso e Guglielmo approdano in abbazia siamo lì con loro, a patire il freddo sotto la neve. Nelle […]

... continua la lettura