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Eroica Fenice

Il ponte delle spie, di Steven Spielberg

Quando si raccontano storie vere di personalità incredibilmente tenaci e integre è sempre possibile fare un cinema di qualità: occorre tipizzare il personaggio, coglierne dettagliatamente le sfumature e collocarle nel giusto scenario storico che, oltre a produrre nello spettatore un’estrema partecipazione, permette al protagonista della vicenda di assumere quei connotati di realtà che lo rendono, se possibile, ancor più originale e interessante.

Simili presupposti sono sicuramente stati rispettati dall’esimio Steven Spielberg nella sua opera ultima (penultima, se si segnala il recentissimo e di tutt’altro genere “The BFG” basato su un romanzo di Roald Dahl), “Il ponte delle spie”, film basato su fatti realmente accaduti che con il corretto grado di realismo e di sarcasmo ci proietta nella dimensione storica della Guerra Fredda.

La regia è stata unanimamente acclamata dalla critica, congiuntamente alla sempre esaustiva interpretazione di Tom Hanks, affiancato da un commovente Mark Rylance nei panni di Rudolf Abel, in grado di comunicare (ma anche di non comunicare, lasciandoci uno spiffero di libera interpretazione) con gli sguardi e i silenzi. Brillante e arguto il modo di delineare in pellicola le caratteristiche di ogni personaggio implicato (e ad esserlo erano tanti) in una situazione socio-politica, quella di cui si racconta, ingarbugliata e sempre intrisa di corruzione, interessi personali, relatività.

Lasciando il resto a voi e alla vostra curiosità, ecco lo spunto storico da cui “Il ponte delle spie” è tratto

Si narra la storia dell’avvocato di Brooklin James B. Donovan (Bronx, 1916 – New York, 1970).
Di origini irlandesi, James studia legge ad Harvard e vi si laurea nel 1940. Prima di diventare partner dell’ufficio legale Watters and Donovan, partecipa al processo di Norimberga in Germania nel 1945.
Nel 1957 accetta, al contrario di molti avvocati, di difendere la spia sovietica Rudolf Abel, richiesta che gli vien fatta per dimostrare come l’America garantisse “giusti ed equi” processi anche alle presunte spie. Vigeva, infatti, il clima di sospetto tra le potenze americana e sovietica, entrambe in possesso di pericolosissime armi nucleari.

Dinnanzi alle palesi ingiustizie compiute dalla corte nel sottoporre a processo Abel, l’avvocato Donovan si ribella riuscendo a portare il caso del suo assistito sino alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, dove discute sulla scorrettezza con cui l’FBI si era precedentemente appropriata delle prove contro di lui, pur consapevole di come l’intera nazione avrebbe considerato la sua condotta anti-americana.

Pur perdendo, riesce a salvare Abel dalla sedia elettrica e la sua tenacia verrà notata dalla CIA, che nel 1962 lo sceglierà come mediatore neutro per recarsi fino a Berlino (tormentata dalla costruzione del muro e dai rigidi confini istituiti tra Ovest ed Est, rispettivamente in mano alle forze alleate e all’URSS) dove negozierà coi sovietici il rilascio del pilota U-2 americano Francis Gary Powers, considerato a sua volta una spia. Donovan concluderà lo scambio con estremo successo, dando in cambio ai sovietici proprio Rudolf Abel, che una volta in patria riceverà l’Ordine di Lenin e diventerà insegnante alla scuola ufficiale del KGB, e riuscirà ad ottenere un secondo rilascio nella stessa occasione: quello dello studente di economia americano Frederic Pryor, che era stato arrestato dalla Volkspolizei e incarcerato.

Donovan viene ricordato anche per avere ottenuto, nel 1963, il rilascio e il ritorno in patria di 9702 prigionieri trattenuti a Cuba da Fidel Castro dopo il fallimento dell’invasione della Baia dei Porci, nonostante fosse stato inviato con l’intento di liberarne solamente 1113.