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Eroica Fenice

La coscienza di Zeno: trama, analisi e indagine psicoanalitica del capolavoro di Svevo

La coscienza di Zeno, una riflessione

Ne La coscienza di Zeno si legge: “Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità?”; un periodo, questo, che riesce a racchiudere in sé tutta la drammaticità della lotta senza fine tra il protagonista, Zeno Cosini, e il cosmo letterario circostante che è costantemente plasmato dall’autore, Italo Svevo, in un continuo fare e disfare della trama stessa della vita del protagonista del suo romanzo e dell’unità dell’uomo mettendone in luce l’oramai, forse, insanabile frammentarietà.

La coscienza di Zeno, la fitta trama di un animo confuso

Ne La coscienza di Zeno, lo snodarsi delle vicende avviene seguendo la tecnica narrativa del “flusso di coscienza” che porta il lettore a sondare l’animo dei personaggi ed in particolare di Zeno cogliendolo non più come il protagonista di un romanzo bensì come un paziente da analizzare. Ogni comportamento di Zeno viene così studiato tramite la lente della psicoanalisi ed ogni suo atto viene interpretato come un atto mancato di freudiana concezione: fuma perché inconsciamente vuol carpire le connotazioni virili del padre, egli sposa Augusta non per un desiderio amorevole ma perché portato dal suo inconscio verso quella donna così piena di quella “salute” che a lui manca ed alla quale aspira disperatamente. Ma cos’è la salute per Zeno Cosini e cosa la coscienza?

La coscienza di Zeno e la ragnatela di bugie di Zeno Cosini

La salute, una salute fatta di certezze, contrapposta alla malattia di Zeno fatta di incertezze, di vacillanti idee in un mondo frenetico e vacuo perché fatto da frammentarie mode, da esteriore apparenza e da falsità interiore.
La narrazione procede per numerose analessi del discorso, proprio perché gli episodi si susseguono nella descrizione come capitoli della mente che riaffiorano ad essa come ricordi disomogenei solo in apparenza perché legati insieme dalla recondita logica inconscia che appare essere la vera protagonista del romanzo; una sorta di volontà interiore di ogni personaggio descritto che tesse le trame delle vite di ognuno di loro portandoli a ritrovare spiegazioni o giustificazioni illusorie ai loro modi d’agire.
Tutta la vita di Zeno si svolge su rapporti antitetici che tradiscono la scissione della sua anima tra quelli che possono essere definiti, per riprendere termini di psicoanalisi freudiana, principio di piacere e principio di realtà che giungono, ogni qual volta l’uomo vuol raggiungere un compromesso tra di essi nella sua psiche, sempre alla dicotomia insanabile tra salute e malattia: Zeno per liberarsi dalla sua nevrosi vuole diventare un “vero uomo borghese” e dopo il successo economico in alcune attività commerciali si dichiara guarito mentendo principalmente a sé stesso. Ma il suo inconscio sa che non è così. Di fatti, porterà Zeno a doversi giustificare quando affermerà, in conclusione del romanzo, come il confine tra la “salute” e la “malattia”, intese in chiave psicologica, sia così labile che nessun uomo può dirsi davvero sano perché in lui ci sarà sempre qualcosa di “nevrotico”.

Coscienza o non coscienza di Zeno?

Zeno è così oggetto di critica per i suoi “atti” ma ne è anche soggetto, quando critica il mondo che lo circonda e nel quale l’uomo che si “estranea”, preservando quindi la propria individualità, viene considerato “malato” ed in tale visione la salute della società non è che fittizia ed è nella società la malattia della quale Zeno crede di essere affetto; ed allora, come in una realtà dai contorni sfumati, come l’inconscio stesso può definirsi, la figura del vinto “straniero” può essere assurta a vincitore, seppur con i propri difetti tra i quali l’ostinazione a voler entrare a far parte di quello “alienante mondo” e fingere a se stesso simulando false consapevolezze sociali, su di una vinta società che lo circonda.
Ed è così, allora, che si comprende a pieno il significato di quel nome, Zeno: xénos, straniero: straniero rispetto alla straniante “moda sociale” che lo circonda.

La coscienza di Zeno: l’autore e il suo tempo

Il romanzo La coscienza di Zeno venne scritto nel 1923 da Italo Svevo, pseudonimo letterario di Aron Hector Schmitz. Apprezzato fin da subito da Eugenio Montale e da James Joyce (con cui Svevo intratteneva un fitto scambio intellettuale), il romanzo si innesta completamente sul terreno della psicoanalisi: un sapere, questo, conosciuto nel profondo dallo Svevo uomo e romanziere (suo cognato era stato paziente di Sigmund Freud e lo scrittore ne aveva tradotto il saggio su L’interpretazione dei sogni) ed elemento portante del romanzo. Ne La coscienza di Zeno, sullo sfondo del tema principale dell’architettura narrativa del testo, numerose questioni vengono affrontate, sempre nell’ottica di uno scontro fra uomo e società, salute e malattia, adattamento e inettitudine. Il protagonista, Zeno Cosini, è, come il suo stesso nome dall’etimo greco ci suggerisce, uno “straniero”; egli è lontano da tutto, un inetto, nel senso letterario che Svevo stesso gli attribuisce. Il rapporto con la società è insostenibile e ne esce corrotto, frammentato: un naufrago lontano dalla sua terra felice e senza speranza di approdo. Le vicende narrate all’interno del romanzo non seguono la consecutio cronologica degli eventi, ma si articolano per nuclei tematici: il fumo, il rapporto col padre, il matrimonio e le donne, il lavoro. Il romanzo tutto è intessuto, come si diceva, sull’ordito della psicoanalisi: proprie di questo sapere le tecniche, più o meno palesate ma sempre presenti, attraverso cui avviene il disvelamento delle menzogne che Zeno racconta a se stesso; presenza di atti mancati e continue “manie del quotidiano”, che fanno di lui un soggetto nevrotico da studiare attraverso la lente dell’interpretazione psicologica ancor prima che letteraria: Zeno è un paziente, ancor prima che un personaggio da romanzo, un uomo qualunque la cui vita prende forma dal tratteggio acuto e profondo dello scrittore Italo Svevo; eppure la “cura” psicologica sembra arrancare dinnanzi all’impossibilità di salvarsi di fronte ad un male oscuro, un male sociale che ingloba il malessere esistenziale individuale: da qui, nella chiusa del romanzo, la presenza di quella “profezia di un’apocalisse cosmica”.

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