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Cibo vegano

Perché e come sono diventato vegano: guida completa al veganismo

Essere vegano non è una scelta! Molte delle posizioni etiche in base alle quali giudichiamo la realtà che ci circonda derivano dalle esperienze quotidiane che ogni giorno plasmano le nostre opinioni e le nostre scelte. Talvolta viviamo come ci è stato insegnato senza chiederci cosa sia giusto fare e in cosa sia giusto credere soprattutto in questo tempo in cui la fretta delle masse ci porta a omologare le nostre abitudini con quelle degli altri. Perché allora qualcuno un mattino di un giorno qualsiasi si sveglia e decide di cambiare casa, lavoro, marciapiede, vita? Perché SCEGLIERE di cambiare anche il piatto di ogni giorno? Ho intervistato Vittorio Viscardi, 30 anni, studente iscritto alla facoltà di giurisprudenza che ha cambiato la sua vita in nome di un ideale che non poteva più ignorare, diventando così vegano.

Veganismo, intervista a Vittorio Viscardi

Da quanto tempo sei diventato vegano?
Da circa 3 anni.

Spesso convertirsi al veganismo non rappresenta soltanto una decisione di tipo alimentare, ma una scelta legata ad una profonda eticità. Nel tuo caso perché questa scelta? Quali sono state le tue motivazioni? Gusto, moda, filosofia, etica?
Certamente etica. Senza dubbio. Ma passare al veganismo, diventare vegano, essere vegano è stata una scelta che si potrebbe meglio definire “naturale”. Ho semplicemente seguito la mia natura. Sin da piccoli ci hanno convinto, per erronee convinzioni, ignoranza, tradizione e interessi, che l’uomo sia onnivoro. In verità, fisiologicamente il corpo umano è 100% erbivoro frugivoro.
Se si dà uno sguardo alla Storia (“se non capisci la Storia non puoi capire niente” diceva Tiziano Terzani) si vede che il primo ominide, l’australopiteco, comparve sulla Terra circa 5 milioni di anni fa, e si nutriva di frutta e radici, e per circa 4 milioni di anni l’alimentazione dell’uomo (anche nei suoi successivi stadi evolutivi) rimase la stessa. L’uomo cominciò a mangiare carne, verosimilmente, nel periodo del Pleistocene, nel periodo Quaternario (o Neozoico, che sarebbe anche l’ultimo periodo geologico, praticamente quello nel quale stiamo vivendo, giusto per dare un’idea della modernità del fenomeno), a seguito dell’ultima glaciazione Wurm, circa 1,8 milioni di anni fa, che rese le foreste inospitali e la vegetazione molto scarsa. Così l’uomo, per sopravvivere, si adattò a mangiare anche la carne, ma vivendo inizialmente di sciacallaggio, cioè cibandosi di animali già morti, perché non era in grado di cacciare. Le persone e persino parte della scienza confondono la grande capacità di adattamento dell’uomo con la natura onnivora. Ma l’uomo non c’entra nulla con gli onnivori. È vero che ci sono stati millenni di evoluzione dell’uomo dai primi ramapitechi (anch’essi vegetariani) e dagli australopitechi, evoluzione che ha investito soprattutto la massa cerebrale, ma la struttura del nostro organismo è rimasta la stessa. Qualche dato: la lunghezza del nostro intestino è dalle 9 alle 13 volte la lunghezza del torso, del nostro tronco: questa è la lunghezza dell’intestino di tutti gli animali erbivori sul nostro pianeta. È, cioè, molto lungo. La lunghezza dell’intestino di un vero onnivoro è solo dalle 3 alle 6 volte la lunghezza del loro torso. Gli onnivori e i carnivori hanno un tratto intestinale corto così da poter espellere più rapidamente la carne, che è un corpo in decomposizione, insieme al colesterolo e i grassi saturi. È praticamente impossibile che un vero onnivoro abbia le arterie ostruite. Gli uomini che invece scelgono di mangiare carne, latte, formaggi e uova soffrono spesso di malattie cardiache causate dalle arterie occluse. Se fossimo stati onnivori avremmo avuto denti aguzzi e taglienti per azzannare, strappare e dilaniare la carne, e artigli per ferire e lacerare la preda. Noi invece abbiamo mani prensili per raccogliere la frutta e le piante, unghia piatte, i nostri denti sono larghi, corti, smussati, piatti, come i denti degli altri fruttivori ed erbivori. E prima che mi si eccepisca la presenza dei “canini”, ti dirò una cosa: la maggior parte degli erbivori ha i canini! Senza la combinazione di canini, incisivi e molari non sarebbe possibile mangiare frutti coriacei come le mele, ad esempio. Inoltre gli erbivori utilizzano i canini come strumento di difesa, specie nella protezione dei propri cuccioli. Noi abbiamo enzimi nella saliva per digerire i carboidrati: solo gli erbivori li hanno! Vuol dire che possiamo mangiare grandi quantità di frutta e verdura. Noi uomini e gli altri erbivori sudiamo attraverso i pori della pelle, non ansimiamo come cani, gatti, orsi e leoni. Inoltre se fossimo davvero onnivori non avremmo bisogno di cuocere la carne. Gli uomini invece mangiano carne cotta sul fuoco: ma nessun animale onnivoro cuoce la sua preda. Hai mai visto un orso cuocere la carne? Il perché è chiaro. L’uomo non può mangiare carne cruda per via della salmonella e del campylobacter, batteri molto pericolosi per l’organismo dell’uomo che la cottura riesce ad eliminare. Tuttavia neanche la carne cotta è sicura, poiché il calore produce sulla superficie della stessa alcune sostanze cancerose chiamate “amine-eterocicliche”. Un leone non ha bisogno del fuoco per eliminare la salmonella ed il campylobacter poiché ha delle ghiandole che secernono succhi gastrici cinque volte superiori rispetto a quelle dell’uomo. E, non per ultimo, abbiamo ZERO istinto carnivoro. Non siamo animali offensivi. Ripropongo un esempio di Gary Yourofsky, un noto attivista per i diritti animali: mettete in una culla un bambino di 3 anni insieme ad un coniglio e ad una mela, se il bambino mangerà il coniglio e giocherà con la mela allora siamo onnivori, ma se il bambino giocherà con il coniglio e mangerà la mela allora siamo erbivori fruttivori. E poi bisognerebbe spiegare perché ogni volta che ci invitano a vedere video o immagini di animali che vengono sgozzati e fatti a pezzi cerchiamo sempre di chiudere gli occhi e di evitare quelle immagini crude? Perché proviamo fastidio? Dovremmo chiederci: “se non va bene per i nostri occhi allora perché va bene per il nostro stomaco?” Quindi, per risponderti, la mia scelta di diventare vegano può essere considerata indubbiamente “etica”, ma solo dopo che si prenda consapevolezza del fatto che si tratta di una scelta naturale, di un ritorno alla mia natura di animale erbivoro fruttivoro.

Alcuni studiosi suggeriscono – snobbando di fatto il veganismo – che l’evoluzione umana sia avvenuta anche grazie ad un’alimentazione carnivora, cosa pensi in proposito?

Non c’è alcuna prova scientifica che dimostri lo sviluppo dell’intelligenza grazie all’assunzione di carne. L’uomo ha semplicemente sviluppato l’intelligenza per sforzarsi a trovare soluzioni per sopravvivere. Secondo una prospettiva evoluzionistica ogni specie vivente sviluppa facoltà intellettive (e non) che le sono più utili nell’adattamento all’ambiente in cui vive. Quindi quanto più un ambiente è mutevole, come è stato il mondo nel quale il genere Homo si è trovato a vivere, tanto più favorirà quelle specie in grado di risolvere nuovi problemi, le quali svilupperanno per ciò forme più sofisticate, o meglio “diverse”, di intelligenza. Ci sono molte variabili che potrebbero aver influito sullo sviluppo della massa cerebrale. In ogni caso discutere se la carne abbia collaborato nello sviluppo dell’intelligenza dell’uomo quando tra i neandertaliani (che mangiavano quasi solo carne abitando in climi freddi) causava la morte prima dei venti anni di età ai tre quarti della specie, e quando tutt’oggi miete incessantemente vittime essendo il primo fattore a causare il cancro, con il 45% dei casi (il secondo fattore è il fumo con il 35% dei casi), ha davvero poco senso.

Sorge spontanea la domanda: cosa mangiano i vegani?

La quantità di cibo che la Terra ci offre è impressionante: ortaggi  e verdure di ogni genere, legumi, frutta, cacao, castagne, noci, arachidi, mandorle, pistacchi, nocciole, semi di zucca… e  molto altro. Ovvio che tramite l’arte culinaria si possono creare pietanze e prodotti alimentari vegetali di vario tipo: seitan, mopur, muscolo di grano, tempeh, tofu, che per via della loro consistenza possono andare a sostituire i cibi animali tradizionali. Esistono “prosciutti” totalmente vegetali, vari affettati vegetali, hamburger vegetali, wurstel vegetali, e persino il sapore del pesce può essere riprodotto con l’utilizzo delle alghe, arrivando ad ottenere gamberi vegetali. E poi latte vegetale (latte di soia, latte di canapa, latte d’avena, latte di mandorle, latte di cocco), formaggi vegetali, fino a creare dolci, torte e brioches senza utilizzare latte animale ed uova. A Torino è nata una pasticceria completamente vegana. Col veganismo non si muore certo di fame!


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È stato difficile difendere la decisione di passare al veganesimo e cosa ha comportato essere vegano nelle relazioni con gli altri?

È difficile scontrarsi con la convenienza. E mi ci sono scontrato tante volte. Ogni volta che spiego i motivi per cui sono vegano le persone tentano di trovare qualche contraddizione o incoerenza nel mio stile di vita o si sforzano a cercare qualche fallacia nei miei ragionamenti. Credo che bisogna osservare con attenzione questo atteggiamento. È un atteggiamento che non si avverte così presente in nessun’altra discussione di nessun altro argomento. Ormai è palese, ci sono solo 4 ragioni per cui la gente si ostina a mangiare ancora prodotti animali: abitudine, tradizione, comodità e sapore. Lo ammetto senza alcun problema: carne, pesce, affettati, latte, formaggio, mozzarella sono deliziosi per il palato. Ma io non ho smesso di mangiare i prodotti animali per una questione di sapore, non sono certo diventato vegano per quello: io l’ho fatto per etica e logica naturale.

E un po’ sorrido a guardare tutti i ragazzi di oggi che si dicono pronti a cambiare il mondo, a scendere in piazza per scontrarsi con i poteri forti, pronti a combattere persino la camorra a viso aperto ma non appena si tratta di cambiare loro stessi o quando cambiare le cose significa rinunciare a qualcosa, cominciano a dire: “Io ho già troppi impegni, non posso preoccuparmi anche di cosa o non cosa mangiare”,“la vita già è dura, se mi tolgo anche il piacere del mangiare… ?!”, “tanto non cambierebbe nulla, tu sei solo una goccia nell’oceano”, “mia madre non me lo permette”. Vorrei chiedergli: dov’è finita tutta quella tempra e quella virilità che trasmettete nei vostri post di facebook? Un’altra risposta preconfezionata è: “Io rispetto la tua scelta ma tu rispetta la mia (di mangiare animali)”, come se stessimo parlando di scarpe. Ma decidere di non mangiare più animali non è una scelta.

Non è una scelta smettere di essere causa dell’inferno che i maiali, le mucche, i polli e i conigli subiscono per diventare il nostro cibo.

Non è una scelta non essere più parte di una catena di smontaggio di esseri viventi, di maiali che appena nati vengono castrati (pare che serva a produrre una carne più grassa), di scrofe imprigionate in gabbie grandi quanto loro stesse che rendono impossibile anche solo girarsi da una parte all’altra, di maiali storditi attraverso elettrocuzione, sgozzati, strappati gli esofagi, incatenati e appesi ad un carrello di scolo e buttati in vasche bollenti dove annegheranno ancora coscienti.

Non è una scelta smettere di provocare la marchiatura con ferro rovente sul muso dei bovini, la recisione delle loro corna con tenaglie enormi per renderli del tutto incapaci di difendersi (il tutto senza anestesia), per poi ammassarli gli uni sugli altri nei camion che li porteranno al mattatoio, e durante il viaggio soffriranno la sete, il caldo o le temperature gelide, stanchezza e traumi che provocheranno la morte di parte di essi. Arrivati al macello vengono storditi attraverso una pistola captiva, vengono legati a testa in giù e  gli viene tagliata la gola. In questa fase la maggioranza degli animali resta ancora cosciente e, per via della posizione a testa in giù, questi animali inspireranno il loro stesso sangue durante tutta la fase del dissanguamento. Le mucche da latte vengono incatenate, private della libertà, e il loro latte sottratto ai vitellini, unici destinatari del latte, che invece vengono alimentati col sangue delle altre mucche macellate e tutto perché il latte della loro mamma deve arrivare sulle nostre tavole imbandite la mattina a colazione. Dopo essere state sfruttate al massimo per produrre latte, le mucche vengono macellate a 4 anni (in natura arriverebbero a vivere 25 anni). I vitellini maschi vengono uccisi a 4 mesi per la richiesta di “carne tenera”. Decidere di non bere più latte di mucca non è una scelta.

Non è una scelta rifiutarmi di contribuire alla tortura delle galline ovaiole alle quali viene tagliato il becco per evitare che si mangino tra di loro (plumofagia) una volta impazzite nelle gabbie strette come fogli A4, dove ne vivono ammassate 5 in ogni gabbia. Il becco è pieno di terminazioni nervose e ciò comporterà loro un dolore cronico, a vita. I pulcini maschi, essendo inutili per le industrie ovaiole, vengono gettati in un tritatore vivi. Muoiono 150.000 pulcini maschi al giorno in un solo stabilimento. Questo sistema è l’unico possibile per produrre tante uova quante servono per soddisfare 6 miliardi di umani.

Non è una scelta non mangiare i pesci, che tirati fuori dalle loro acque, non solo cominciano a soffocare ma i loro organi scoppiano letteralmente, implodono, e i loro occhi fuoriescono dalle orbite. La loro sofferenza viene ignorata, anzi praticamente esclusa, negata, solo perché i pesci emettono suoni che noi non riusciamo a percepire. Spesso i pesci vengono spellati da vivi (per non rovinare il prodotto) ed, essendo la loro pelle molto sensibile con un sistema di cellule sensoriali molto più complesso e sofisticato del nostro, la loro sofferenza è addirittura maggiore di quella che sopporteremmo noi umani con la stessa tortura. Gli animali uccisi ogni anno nei macelli ne sono circa 100.000.000.000 (100 MILIARDI). Dei pesci, invece, non si hanno stime.

Non è una scelta non voler indossare giubbotti di pelle, la pelle di un animale tormentato, torturato, seviziato, scuoiato e lasciato morire.

Non è una scelta non finanziare i circhi che utilizzano animali rapiti dal loro habitat naturale e ridotti in stato di schiavitù: animali che  passeranno in gabbia e con le zampe incatenate il 95% della loro vita.

Non è una scelta opporsi ad un sistema di leggi obsolete che rende obbligatoria la sperimentazione animale per la ricerca scientifica. Questo è tutto l’orrore che si può avere in nome della scienza: tumori iniettati nei topi, conigli resi cechi, elettrodi trapiantati nel cervello dei gatti, scimmie avvelenate con sostanze chimiche, induzione di malattie di ogni genere (sclerosi multipla, AIDS, malattie cardiovascolari…). È follia!
E, seppur risapute, basta una frase per farci dimenticare tutte queste ignobili, vergognose, spaventose atrocità: “Preferisci salvare un topo o un bambino?”.  Un modo molto furbo e vile per andare a colpire l’emotività delle persone la cui maggioranza non conosce cosa sia effettivamente la sperimentazione animale e soprattutto la sua inutilità. In base ad una stima della Food and Drug Administration il 93% dei farmaci provati sicuri nei test su animali falliscono nelle fasi cliniche (cioè sui pazienti umani).

Pertanto c’è un’altissima probabilità che i farmaci presenti nel mercato non siano merito della sperimentazione animale (si veda Marco Mamone Capria, epistemologo – intervista dell’Huffington Post).
Massimo Tettamanti, forse il più esperto sul tema della sperimentazione animale, l‘ha definita un “errore metodologico” (invito a seguire le sue lezioni che si possono trovare facilmente su internet). Ma al di là di questo io credo che, ancor prima di soffermarsi sull’utilità scientifica della sperimentazione animale, si possa rifiutare questa metodologia sperimentale contemplando il sapore dell’orrido provocato da essa. Basta l’orrore per dire di no e per avviarsi verso metodi alternativi che già esistono e che saranno migliorati sempre di più. Credo che Albert Einstein ci abbia lasciato una norma di comportamento per risolvere questioni così delicate. In un saggio del 1965, “Pensieri degli anni difficili”, opponendosi alla repressione della libertà individuale che prendeva piede in tutta Europa, scrisse: “Nessuno scopo è, secondo me, così alto da giustificare dei metodi indegni per il suo conseguimento”. Non parlava della sperimentazione animale ma è una considerazione di portata generale. Ci ha indicato la strada. Inoltre analizzando anche altre sue frasi quali: “Io sono da molto tempo seguace del vegetarismo per principio oltre che per ragioni dietetiche e morali. Credo fermamente che una maniera vegetariana di vivere, per il suo effetto puramente fisico sul temperamento dell’uomo, avrà influenza molto favorevole per le sorti dell’umanità”; ancora: “Nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”. Non credo sia così sbagliato inserire quel suo pensiero nella  filosofia animalista. Rifiutare di ridurre gli animali a cose di nostra proprietà non è una scelta. Per qualunque motivo. Bisogna cominciare a capire e ad insegnare che non esistono animali da allevamento, animali da pelliccia, animali da laboratorio, animali da circo, animali da compagnia: tutto questo è stato creato dall’uomo. In natura esistevano gli “animali” e basta.

Non è una scelta decidere di non ucciderli. Ma pensaci! Che diritto abbiamo di fare a loro tutto questo? Chi siamo noi? Come ci permettiamo?
Pertanto la mia risposta riguardo il veganesimo e l’essere vegano è sempre: “NO! io non rispetto la tua scelta di mangiare gli animali!” perché se rispettassi questa scelta allora non rispetterei gli animali, la loro dignità, e il loro diritto di essere lasciati in pace. E chi non capisce il ragionamento che c’è dietro questo atteggiamento fa presto a chiamarmi “estremista”. Se possiamo vivere benissimo, e addirittura meglio, senza recare tutta questa enorme, infinita sofferenza, allora farlo non è una “scelta” ma è un dovere morale, un comportamento naturale. E se si vuole parlare di scelta, l’unica scelta in questione è scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Cosa che quando eravamo bambini sapevamo bene, poi ci hanno insegnato che il bambino nero è diverso, che le donne sono inferiori e che gli animali vanno mangiati e sfruttati.

Come fai quando devi mangiare fuori casa? Non hai trovato alcun ostacolo o al contrario credi che non ci siano abbastanza ristoranti che mettano a disposizione un menù vegano?


Di sicuro l’arretratezza del mercato e della legge nelle mense pubbliche rispetto a questo fenomeno è impressionante. Ma non mi stupisco se penso agli interessi economici macroscopici che girano dietro l’industria della carne e dei derivati. Di ristoranti con un menu vegano se ne trovano difficilmente, io ne conosco appena uno o due. Tuttavia il modo di mangiare senza fare male a nessuno (né agli animali e né a sé stessi) si trova sempre, se lo vuoi davvero ci riesci, serve solo convinzione e un po’ di fantasia. Ma lasciami dire un’altra cosa: non trovare nulla da mangiare quando si è fuori casa non può essere un buon motivo per non diventare vegetariano. Lo scrittore Jonathan Safran Foer, autore di un’ indagine durata 3 anni sugli allevamenti intensivi, visitati anche di notte per raccontare tutto quello che gli animali subiscono per diventare nostro cibo, racconta che sua nonna, ebrea, durante la seconda guerra mondiale si trovò costretta a viaggiare per tutta l’Europa per cercare di fuggire alla Shoah e dovendo nascondersi più volte rimase per lunghi giorni senza mangiare, rischiando di morire di fame, seriamente. Una di queste volte, mentre era ridotta allo stremo delle forze, un uomo, un russo, che la vide distesa a terra fuori casa sua, vedendola così ridotta le offrì una fetta di carne di maiale, lei ringraziò quell’uomo ma rifiutò quella fetta di carne che avrebbe potuto essere decisiva per salvarle la vita. Quando il nipote, lo scrittore J.S.Foer, le chiese il perché, lei disse<<come perché??? Era maiale!!!>>. Lui le disse che però in quel caso le avrebbe salvato la vita e lei rispose <<Se niente importa, allora non c’è nulla da salvare>>. Credi ancora che non trovare facilmente un pasto vegano fuori casa possa essere considerato un ostacolo?

Da quando sei vegano, hai mai sentito la necessità o almeno la voglia di assaggiare di nuovo cibi animali e ti sono mai mancati quei sapori?


Non mi ci sono mai soffermato in realtà, forse perché ormai la mia mente disconosce il petto di un pollo come alimento piuttosto che come pezzo di un essere che si muoveva. Vorrei però far notare che il sapore del prosciutto o di una bistecca arrostita, ben condita e insaporita e poi servita in un piatto di porcellana non ha nulla a che fare col sapore reale della carne, dei tendini, del sangue e delle ossa. Ciò che rende buono questi alimenti è il processo di lavorazione, le spezie e il condimento, l’arte culinaria insomma, che purtroppo si è evoluta quasi esclusivamente in modo carnivoro. Certo è che diventare vegano non annulla il sapore del parmigiano ( ad es.), ma non sarebbe esatto dire che “mi manca”: quando le tue convinzioni sono così forti, quando sai che non è più una “scelta” personale, non esistono tentazioni.

Devo farti una domanda “scomoda”. Non sono esseri viventi anche i vegetali?

Certo, ma sono il mio cibo. È il nostro alimento. Io non posso rinunciarci. Quando guardo quei documentari in cui un leone sbrana una zebra non mi fa alcun effetto. È un affare che non mi riguarda. Lui è carnivoro, è la sua natura mangiare animali. Inoltre non ha senso paragonare la sofferenze dei vegetali, che non hanno un sistema nervoso, con quella degli animali, che sono invece esseri senzienti dotati di un complesso sistema nervoso, come noi, capaci di avvertire dolore come noi, in modo identico. Prova a raccogliere una carota dalla terra e prova a ficcare una lama tagliente nell’esofago di una mucca: ti fa lo stesso effetto? Credi davvero che sia la stessa cosa?


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Ad oggi, cosa significa per te l’espressione vivere vegano?

Vivere vegano significa tornare nel cerchio della vita e smettere di crederci arrogantemente al vertice del regno animale e di tutto il mondo. Significa smetterla con questo antropocentrismo da “checche isteriche” (prendo l’accezione al netto della sua pretesa omofoba). Vivere vegano significa capire che l’uomo non è superiore a nessun’altra specie e che ogni animale nel suo ambiente è semplicemente completo! Né superiore, né inferiore: completo! È questo il termine che dovremmo avere di riferimento nell’osservare gli animali. Noi invece ci crediamo superiori alle altre specie solo perché li giudichiamo attraverso la lente umana, e pertanto l’intera immagine che ne risulta è enormemente deformata. E sbagliamo enormemente. Perché gli animali non devono essere giudicati con il metro umano. Diciamo: “l’uomo è più intelligente quindi gli altri animali sono inferiori” e tanto basta per giustificare ogni tortura e sopruso e negazione della vita a tutte le altre specie. Ma è un concetto molto stupido, come se i cani ci giudicassero inferiori per via del fatto che abbiamo “poco olfatto”. È assurdo! Inoltre, ho un altro quesito per chi utilizza il livello di intelligenza dell’uomo per giustificare tutte le sopraffazioni contro le altre specie: se un giorno ci imbattessimo in una forma di vita molto più potente e intelligente della nostra e  ci guardasse come noi guardiamo i pesci, quale argomentazione sfrutteremmo per non farci mangiare? Tutto questo è stupido. Molto stupido. E c’è bisogno, tra l’altro, di soffermarsi su un’ altra verità: la superiorità non significa sopraffazione! Perché, come sottolinea Luigi Lombardi Vallauri, docente universitario di Filosofia del Diritto e autore del “Trattato di Biodiritto – La questione animale”, <<Noblesse Oblige>>: la nobilità obbliga, non dà privilegi. Dovremmo utilizzare la nostra superiorità (che è solo relativa) o meglio le doti più sviluppate rispetto a quelle degli altri animali per aiutare gli altri, i più deboli e non per sopraffarli. Significa essere persone semplici che non hanno bisogno di basare la propria felicità sull’agonia di altri esseri viventi.

Se volessi provare a convincere qualcun altro dell’importanza vitale di una scelta di questo genere cosa gli diresti?
Oltre al discorso etico e logico-naturale del non mangiare animali per non infliggere loro sofferenza ingiusta c’è tutta un’altra serie di problematiche relative all’acquisto di alimenti animali. Secondo l’ONU il settore dell’allevamento è responsabile del 18% delle emissioni di gas serra (40% in più dell’intero settore dei trasporti – auto, camion, aerei, treni e navi – nel suo complesso). È responsabile del 37% delle emissioni di metano (che ha un potenziale di riscaldamento globale 23 volte superiore a quello della CO2) e del 65% delle emissioni di ossido di nitroso con un potenziale di riscaldamento globale di 296 volte superiore quello della CO, è un valore impressionante. I prodotti animali sono la causa numero 1 del riscaldamento globale e di tutte le sue conseguenze. Ancora: ogni anno 1 miliardo di persone soffre la fame e di questi 9 milioni muoiono di fame ogni anno, la maggioranza sono bambini. Il motivo principale? Gli allevamenti.
Circa il 70% della terra coltivabile in tutto il mondo (di cui la maggior parte si trova in Africa, Asia e Sud America) viene sfruttato per produrre semi, grano e cereali che andranno a sfamare gli animali d’allevamento per farli ingrassare e poi ucciderli e ricavare carne destinata per lo più alla popolazione del Nord del mondo. Usando lo stesso tempo e la stessa superficie del suolo necessari a produrre 1 kg di carne si potrebbero produrre 200kg di pomodori più 160kg di patate. Quante persone sfami con 200kg di pomodori e 160kg di patate? E quante ne sfami con 1kg di carne? Dati e studi della FAO confermano che se mangiassimo direttamente i prodotti coltivati, senza impiegarli per far ingrassare gli animali d’allevamento per poi mangiare la loro carne, nessuno morirebbe di fame. Ci sarebbe cibo per tutti. La verità è che l’unica rivoluzione possibile è quella culturale. E la si fa nella nostra stanzetta. Da soli. Cambiare noi stessi per cambiare il mondo. Volete una rivoluzione? Diventate vegetariani! o vegani!

Ringrazio Vittorio per la disponibilità e colgo l’occasione per esprimere la mia più sincera ammirazione. Non pochi sono gli ostacoli ma in fondo ognuno ha il diritto – dovere di cercare di vivere nel modo che considera più degno.


Veganismo, testi di riferimento