Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Gilda Policastro

“Cella” di Gilda Policastro, romanzo sull’abbandono

Giovedì 19 Maggio, all’Università Federico II, si è tenuta una conferenza per presentare il libro di Gilda Policastro, poetessa, scrittrice, ricercatrice salernitana, dal titolo “Cella”, pubblicato da Marsilio.
Sono intervenuti al dibattito Matteo Palumbo, Giancarlo Alfano e il professore di Letterature Comparate, Francesco De Cristofaro.
Cella è un romanzo struggente sull’abbandono, nello specifico abbandono amoroso, ma in generale perdita, raccontato da una voce femminile che diventa voce universale, che si dispera, si lacera dentro, perde se stessa e poi cerca di trovare, da qualche parte, un’indicazione per ritrovarsi.

Non c’è dolcezza, non c’è consolazione, non c’è gentilezza in questa scrittura amara. L’abbandono è raccontato per quello che è, uno schiaffo nel petto, una voragine.

Cella è un luogo che diventa un nome ed è la sigla di una condizione esistenziale. Gilda Policastro racconta l’abbandono.

Il suo racconto è quello di una vita che va avanti e indietro nel tempo e che abbraccia con la sua vicenda quella di tutti gli altri personaggi della storia.
I personaggi sono tutti anafettivi, perché hanno conosciuto l’abbandono. Addirittura si definiscono “prigionieri di umor nero”, che è indicazione sintomatica di una depressione. La loro è una storia di vittime e di sconfitti, storia di una continua convalescenza. Il loro è un tempo in cui le lancette sono ferme all’istante della perdita.

Questo senso di abbandono lacerante nasconde una venatura politica, perché l’abbandono viene considerato  sinonimo di potere, che si esercita tra gli uomini, nelle relazioni.
Le forme di potere dell’abbandono sono tre: la prima è il possesso, la seconda l’umiliazione e solo infine c’è l’abbandono vero e proprio.
C’è un momento in cui le cose finiscono e, anche se si tarda a prenderne consapevolezza, arriva un giorno in cui ci si separa. E non lo si decide. Sempre uno dei due se ne va per primo. E all’altra persona viene solo detto di farsi forza.
L’abbandono è la massima forma di potere che possa essere esercitata. Significa essere stati posti in una posizione irrimediabile. Si è irrimediabilmente abbandonati. Si è irrimediabilmente sotto la forza che qualcun altro ha operato.

Quando una persona se ne va nel senso di abbandono amoroso si crea una tristezza diversa e più forte di quella del lutto, della sparizione fisica di una persona.
Il lutto è un’elaborazione sociale.
L’abbandono è una tristezza che si vive da soli, in una dimensione di isolamento, di autoprotezione, di chiusura, di ricerca di identità.

Queste sono le condizioni che legano i personaggi, ma alla base c’è un’antirelazionalità. Sembra che ciascun personaggio sia connesso all’altro, ma in realtà ognuno è solo.
Perché l’abbandono è qualcosa che si vive in solitudine, un dolore isolato e isolante in cui nessuno può entrare e a nessuno è data la possibilità di inserirsi, nemmeno per consolare, nemmeno per condividere.

Come si fa allora a superare l’abbandono? Dove sta la vera vita, se tutto è abbandonato in questa condizione di sconfitta?
Cella riflette sul fatto che il suo pseudonimo “Cella” è simile alla parola Hell, inferno.
Stare in cella è come stare in un inferno da cui non si può uscire se non costruendo altri mondi.  Bisogna riprendere in mano il gioco, perché nel gioco c’è già tutto ciò che avremmo voluto.
Solo costruendosi una via d’uscita si può superare l’abbandono, costruzione difficile, perché nell’inferno le vie d’ingresso sono molte, le vie d’uscita sono poche.

Queste sono le indicazioni, le istruzioni, le riflessioni di Gilda Policastro, una scrittrice vera fino all’estremo, vera anche quando deve dar voce al dolore, scrittrice che non si nasconde dietro alla sofferenza ma che, delicatamente, ne scinde i meccanismi e la descrive per ciò che è. Un’esperienza incontrollabile.