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Eroica Fenice

Drinking at the Movies

Drinking at the Movies, crescere a New York

Drinking at the movies è la prima opera della fumettista americana Julia Wertz, pubblicata dalla casa editrice Eris Edizioni, per la collana “Kina“.
Presentato a Lucca Comics&Games 2017, il lavoro della Wertz è stato inserito nella lista delle 50 graphic novel imprescindibili da Abebooks ed è stata nominata per gli Eisner Awards nel 2011.

Drinking at the movies, il patire dell’essere

Partire o restare?
Questo, di solito, è il classico quesito esistenziale pronto a stagliarsi come la più imponente delle ombre su una determinata fase dell’esistenza umana: la post-adolescenza.
Concluso il dovuto percorso scolastico, nella società odierna non sono pochi quelli che, vista la forte crisi economica e lavorativa, non trovano altra possibilità di cercare altrove ciò che vogliono, mentre altri decidono di abbandonare la “tranquillità casalinga” con lo scopo di confrontarsi con se stessi, di capire quali sono le proprie capacità una volta presa in mano la propria indipendenza.

Un filone conosciuto, lungo, lunghissimo, forse anche troppo, quello in cui si infila Drinking at the movies di Julia Wertz.
Quello delle opere semi-autobiografiche, in cui il narratore, attraverso gag e cruenta realtà, mostra al lettore la fine della fanciullezza del protagonista e l’entrata nel mondo degli adulti.
Il merito di quest’opera è  la non banalità delle riflessioni e degli avvenimenti.
Un percorso tutto in salita è quel che attende la protagonista, pronta, ad ogni angolo, a cadere rovinosamente e con imbarazzo in un insuccesso apparentemente senza via d’uscita.
Non è semplicemente una ragazza con poca fortuna, la nostra protagonista, è bensì la “sfigata per eccellenza”. Ciò che non va nel suo vissuto, allunga le mani persino in quello delle persone che la circondano, quasi a voler dar dimostrazione ad una filosofia di pensiero per cui la realtà circostante influenza la propria.

Non c’è nessuna eclatante vittoria o distruttiva sconfitta in questa graphic novel, ma la semplice e quotidiana vita.
Anche New York, ormai punto d’incontro di tantissime opere, sembra quasi latitare dalla narrazione, appare sonnecchiosamente come sfondo di un centro narrativo più dilagante e che coinvolge l’intero pianeta: la crescita personale.

Il punto smette d’essere la vita a NY o Roma o Parigi, ogni cosa avviene uguale come in ogni altra città, o quasi.
È il lento mostrarsi della matassa, il districarsi dei rapporti famigliari, tra desiderio e netto rifiuto, sono la bramosia del vivere e la sua paura, i malanni quotidiani, le piccole vittorie che sembran minuscole e le insignificanti sconfitte che appaiono macigni.

Quel desiderio, a tratti nascosto, sopito e a tratti apertamente dichiarato, di arrendersi, fare i bagagli e tornare da dove si è venuti, quel lì in cui la vita appare improvvisamente più semplice e la voglia di combattere per ciò che si vuole, di non darla vinta proprio a nessuno. Nè alla paura, né al dolore e nemmeno a se stessi.