India, catena umana di 620km per l’uguaglianza di genere

catena umana

India. Stato meridionale del Kerala. Il primo dell’anno, tre milioni di donne si sono organizzate in un’infinita catena umana (lunga 620 chilometri) per rivendicare la piena uguaglianza di genere.

Alla protesta hanno preso parte anche studenti e dipendenti statali, cui scuole e università hanno concesso il permesso di assentarsi. La catena umana di è sviluppata lungo tutte le principali autostrade del Kerala, dalla punta nord di Kasaragod fino a quella a sud di Thiruvanthapuram.

Alle donne indiane in “età fertile” o “età mestruale” (ovvero tra i 10 e i 50 anni) è storicamente proibito l’accesso al tempio dedicato ad Appaya (il dio indù celibe), nella località di Sabarimala, meta di pellegrinaggio per la religione induista raggiungibile attraverso un percorso in salita e diverse ore di viaggio. Per l’Induismo, infatti, le donne che hanno le mestruazioni sono impure e non possono partecipare alle funzioni religiose. L’antica leggenda narra che, dopo essere stata liberata da una maledizione che l’aveva trasformata in diavolessa, una donna ebbe l’ardire di proporre al dio di sposarla, ignorando il suo voto all’eterno celibato.

Il 28 settembre dello scorso anno, però, la Corte Suprema Indiana, adita dall’Associazione dei Giovani Avvocati Indiani, ha stabilito che a nessuna donna può essere precluso l’ingresso al tempio e che “la possibilità di praticare la religione deve essere data sia alle donne che agli uomini”. Una sentenza che il BJP (il partito Indiano nazionalista Bharatiya Janata) ha definito “un attacco ai valori tradizionali indù”, ma che ha rappresentato un nuovo passo progressista della giustizia Indiana, dopo la revoca ai divieti al sesso omosessuale e all’adulterio.

Nonostante l’impegno del Governo a rispettare la sentenza della Corte, fin dal primo giorno di apertura dei cancelli che proteggono il complesso del tempio, gli estremisti indù si sono radunati davanti al luogo di culto per impedire alle fedeli di entrare e pregare.

In seguito alla catena umana del primo gennaio, però, per la prima volta nella storia due donne sono riuscite a entrare nel tempio. Secondo la BBC, Bindu Ammini, 40 anni, e Kanaka Durga, 39 anni, sono entrate all’alba e i “custodi” del luogo sacro hanno poi deciso di chiuderlo per un’ora “per eseguire rituali di purificazione”. Il loro ingresso ha scatenato diverse proteste e scioperi fuori dal tempio. Negli scontri, un militante del partito nazionalista BJP è morto a causa del lancio di una pietra nella città di Pandalam, e 15  persone sono rimaste ferite. Il capo del governo del Kerala, Pinarayi Vijayan, ha ribadito la responsabilità del suo Governo di attuare la decisione della Corte Suprema, che affronterà un ricorso contro l’accesso femminile al santuario dal 22 gennaio, mentre alle donne resta vietato entrare in altri templi indù.

Fonte immagine: Pexels

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