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Eroica Fenice

La Festa della Liberazione nel ricordo di Giaime Pintor

Mentre in questi giorni riflettevo sul significato e sulle attuali implicazioni di ciò che si commemora nella giornata del 25 aprile, la Festa della Liberazione, mi è sorta immediata una serie di interrogativi: che cosa questa festa può rievocare in chi, come me, non ha conosciuto in maniera diretta il fascismo e la guerra, perché nato a molti anni di distanza da quei tragici eventi? Può bastare la mera rievocazione storica a mantenere vivo nella memoria collettiva delle nuove generazioni il ricordo e la consapevolezza di cosa sia stata l’esperienza del totalitarismo e di un conflitto mondiale? Oppure corriamo il rischio che questo ricordo, con il passare del tempo e con il susseguirsi delle generazioni, sbiadisca e che nuove spinte totalitarie, di cui oggi si sente parlare con insistenza, vengano di nuovo alla ribalta, qualora la rievocazione storica non fosse accompagnata da una più profonda e sentita riflessione non solo sul passato ma anche sul presente? E poi: quale lascito possiamo noi oggi ricavare dalla commemorazione della lotta al nazi-fascismo per il futuro prossimo?

Giaime Pintor e la sua lettera 

Non saprei rispondere in maniera sufficientemente esaustiva a tutti questi interrogativi, tuttavia ho trovato in una lettera scritta da Giaime Pintor, intellettuale e partigiano, inviata al fratello in data 8 settembre 1943, una delle più esemplari e commoventi testimonianze di cosa sia stata la resistenza e di quello che il fascismo, nei suoi molteplici aspetti, abbia rappresentato nella storia italiana. La missiva fu inviata da Castelnuovo al Volturno, poco prima che Pintor morisse al fronte, nel tentativo di spostarsi nel Lazio dove si stava organizzando la resistenza armata contro l’invasore. Quello che più colpisce è il racconto dell’esperienza personale che l’autore ebbe del fascismo e della guerra, un’esperienza che si identifica e appare coincidere con la vicenda che vide coinvolta un’intera nazione e che cambiò i destini di molti. Vale la pena riportare alcuni passi della lettera: “La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento […] Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile”.

La testimonianza trasmessaci da Giaime Pintor è quella di uno che ha inizialmente preferito continuare la propria attività di intellettuale senza far nulla a che il fascismo non si affermasse; è l’esperienza di chi si è reso conto troppo tardi e sulla propria pelle del pericolo rappresentato dal totalitarismo e ne ha pagato insieme a molti altri le terribili conseguenze, avendo scelto di dedicarsi ai propri interessi personali piuttosto che combattere la dittatura. Un appuntamento con una ragazza più importante dell’attività di partito, la scarsa propensione ad aderire ad un movimento collettivo di opposizione al fascismo, le naturali inclinazioni e i diversi interessi intellettuali sono stati tutti fattori che hanno impedito a Giaime Pintor di osservare la realtà dei fatti, di avere coscienza di ciò che stava accadendo, lo hanno posto in una sorta di torre d’avorio dalla quale solo la tempesta della guerra lo ha scaraventato giù, una guerra piombatagli addosso come un fulmine, senza che ci si potesse più opporre o evitarne lo scoppio. La guerra è stato l’elemento che ha sconvolto la vita di tutti, che ha costretto tutti a toccar con mano la crudeltà di un conflitto, che ha prodotto la perdita di tante persone e della quotidianità di ognuno, che ha portato a rivolgere lo sguardo verso una realtà tragica e ormai ineluttabile. Dalle parole dello scrittore, la guerra appare quasi come un momento di perdita di lucidità collettiva, un abbaglio della ragione dalle conseguenze nefaste, l’esito di un momentaneo abbassamento della guardia che tuttavia ha permesso al fascismo di affermarsi e di prendere il potere. Da questa lettera emerge però anche un importante messaggio rivolto alle generazioni future, un monito che suona come un imperativo morale, un invito categorico a vigilare sulla libertà, sui valori di uguaglianza e rispetto, un appello a non guardare con indifferenza e disinteresse quello che ci accade intorno.

Mi sembra che questa possa essere una lezione utile ancora oggi e un prezioso consiglio da recepire. Quello che la Festa della Liberazione ha ancora da insegnarci è proprio a non abbassare la guardia contro chi vuole calpestare la democrazia, a non indugiare nella comodità, nell’indifferenza per la politica, nella mancanza di spirito critico, nei propri gusti individuali, dimentichi del fatto che “non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento”.