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Eroica Fenice

i postumi del referendum: l'Italia del no

I postumi del referendum: l’Italia del no

Le valutazioni politiche sulle motivazioni che hanno portato alla schiacciante vittoria del No al referendum costituzionale fioccano da lunedì su quotidiani e social network, con un ritmo estenuante quasi come quello delle discussioni dell’appena trascorsa campagna elettorale. Nelle più scontate analisi che sono state fatte, tutti hanno puntato il dito contro l’errore di presunzione e di ingenuità commesso da Renzi nell’aver trasformato l’appuntamento referendario in un voto di legittimazione sulla sua persona. Questo ha indotto naturalmente a supporre che molti  cittadini abbiano votato non sui contenuti della riforma ma sul tasso di gradimento del premier e del governo, come a dire che gli italiani della riforma abbiano capito poco o nulla e che abbiano votato solo con la pancia. Altri si sono scatenati sulla rete in una guerra di delegittimazione della scelta della parte avversa dando vita (comicamente) ad un conflitto di carattere “antropologico”, come lo ha definito oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera

Le considerazioni più convincenti sull’esito del referendum appaiono quelle che chiamano in causa il disagio manifestato dai giovani, al Sud, in particolare ma non esclusivamente, e l’insofferenza verso certi proclami “renzinai”, esageratamente trionfalistici, del tipo #l’Italiariparte, #lalocomotivad’Europa, #sivedelafinedeltunnel ecc., da parte di chi non ha avvertito i segni di alcun passo in avanti e vive la frustrazione di non partecipare a nessun processo di cambiamento e di ripresa economica.
Molti, infatti, hanno avuto e hanno tuttora l’impressione che buona parte della classe dirigente stia vivendo in una dimensione estranea a quella di chi vive le difficoltà di tutti i giorni, in una bolla di ingenuo ottimismo o, per chi ragiona in mala fede, di irrisorio “propagandismo”. 

Questo non significa però negare i tanti sforzi, alcuni più efficaci altri meno, che il governo Renzi ha fatto per far fronte alla crisi del nostro Paese. Per limitarci ad un solo esempio, obiettivamente la legge sulla Buona Scuola ha messo a disposizione per l’assunzione di docenti una quantità di risorse come non si vedeva da anni. Eppure il governo non è riuscito a conquistare un largo consenso da parte degli insegnanti a causa di altri aspetti della stessa legge e di alcuni provvedimenti (la nomina diretta dei docenti da parte dei presidi, le modalità con cui si è svolto l’ultimo concorso a cattedra ecc.) che hanno provocato non pochi malumori. Un vero peccato, che però dovrebbe far riflettere anche su come alcune proposte di legge siano state formulate e sul mediocre, se non dannoso, contributo di alcuni ministri, collaboratori e consiglieri che hanno formato la compagine di governo.

La direzione del PD post referendum

Venendo alla notizia del giorno, e cioè alla relazione fatta da Renzi alla direzione del PD e all’apertura della crisi di governo, è apparso evidente come il contenuto della relazione non abbia lasciato minimamente intendere le prossime mosse del segretario, il quale si è limitato a stemperare con il sorriso e alcune battute la delusione e la rabbia non ancora smaltite e a rivendicare i successi del governo. Ad una prossima discussione è stata rimandata l’analisi del risultato del voto e chissà se anche qualche autocritica, che pure non nuocerebbe.