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Eroica Fenice

American Football: un viaggio nell’underground

Spesso mi sono chiesto se Mike Kinsella, alla pubblicazione di “American Football“(1999, Polyvinyl), fosse stato consapevole dei risvolti che lo stesso album avrebbe provocato sulla musica underground.
Giovani anime marchiate a fuoco da un album che fonde l’Indie Rock, il Jazz e le prime cellule di Post-Rock in un

Emocore che ancora non aveva la connotazione di ragazzini troppo eccitati con le canotte, ma di uomini con una
sensibilità di cristallo pronta a frantumarsi.

Il Power-trio di Chicago, nel 1999, pubblica per la Polyvinyl, il self-titled “American Football”.
La complessità musicale fa da padrone in questo disco: tempi dispari, ritmi elaborati e chitarre cristalline in prima linea si fondono ad accenni di tromba ed a quella piacevole voce un po’ stonata che tanto fa parte dei dischi di metà anni ’90.
Una voce che tramite liriche naif racconta il mondo di un ventenne che, pronto a lasciarsi alle spalle le gioie e i dolori di un’adolescenza, decide di farne un ultimo viaggio.

Si provano gli strumenti, da lontano un “Are you ready?”, una dolcissima chitarra ci colpisce in pieno volto. “Let’s just forget/everything said/and everything we did/best friends and better halves” recita la dolcissima “Never Meant“, che, gioia ed inno di una generazione, narra di un addio perchè, ovviamente, non c’è viaggio e cambiamento di vita che tenga, senza prima un profondo e dolorosissimo addio.

Ritroviamo Kinsella in veste di cantautore in “The Summer Ends” brano scarno ed intenso che in un dubbio amletico chiede a se stesso come andar via e come ricominciare, ma sopratutto,”We’ve both been so unhappy/so let’s just see what happens/when the summer ends?“.

La prima vera perla di questo album è “Honestly?“: ritmi che velocemente cambiano esplodendo in un crescendo Post-Rock.
È un frammento di vetro che riflette il passato, ci si rivede giovani ma non ci si capisce, anzi, ci si va contro; alcune di quelle sensazioni di meraviglia, di odio e di dolore sono singolari di una giovinezza ormai andata.

For Sure” è la quarta traccia dell’album.
Chitarra e trombe si intrecciano e ci accompagnano in una lunga passeggiata al tramonto, assieme, forse, a quel costume di “Donna ideale” che avevamo dato alla nostra prima ragazza.
Imagine us together/we’re relatively stable and tentatively able/to say for certain whether this uncertainty/is for sure

You Know I Should Be Leaving Soon” è un brano strumentale.
Gli American Football sfogano tutto il loro estro musicale in un brano in cui una malattia antecedente a se stessa chiamata “Post-Rock” dà il meglio di se.
Un respiro, un dolce e profondo respiro che anticipa la parte più scura di questo album, dove accettare la propria crescita è un tremendo dolore.

But the Regrets Are Killing Me” mette il punto al tempo.
Ci si saluta, costantemente, ci si saluta in questa vita in cui è così difficile accettare che la fine è all’ordine del giorno.
I’m not dead yet/but the regrets are killing me“, recita ad libitum il finale di questo brano.

In “I’ll See You When We’re Both Not So Emotional” un tempo in levare, ci porta a lasciarci dietro il nostro amore -un amore giovane ed immaturo- che non si riesce più ad indossare: il cuore è troppo grande ormai per capirlo e cerca altro.
Forse ci rivedremo un giorno, ci rivedremo quando saremo così maturi ed abili da riuscire a non ferirci quando siamo insieme, quando non saremo così sensibili.

Arriviamo quindi dopo tante vicissitudini al finale, il brano più bello del disco, “Stay Home“.
L’uomo ha oramai accettato che non è più un ragazzo, che non può più giocare, che la vita è una sola e va apprezzata.
Sfoglia un album in cui ha prontamente messo i propri ricordi, dandogli un titolo che chiude a chiave tutto: “La mia Giovinezza”.
Lasciami qui chiuso, a guardare per un’ultima volta quel che fino ad adesso è stata la mia vita; prometto che è l’ultima, prometto che è la fine.
Domani uscirò e la accetterò, così fisica e materiale, ma oggi no, lasciami respirare quest’aria che sa ancora di casa.

Gli American Football lasciano scorrere i titoli di coda con una tromba suadente che fa da padrone in “The One With the Wurlitzer“.
Ci lasciano guardare tutto: la casa in cui siamo cresciuti, il parchetto in cui giocavamo, il primo bacio, le canne con gli amici guardando il tramonto, la prima volta che abbiamo fatto l’amore.
Tutto, tutto, prima di dirci addio.
Una leggera dissolvenza decreta la fine, siamo arrivati, il disco è quindi finito.

American Football” è una pietra miliare che naviga in un genere probabilmente passato inosservato, in quegli anni.
Ma a cui il tempo ha donato un’attualità disarmante che ci presenta questo album come uno dei più bei ricordi degli anni Novanta.

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