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Eroica Fenice

Che fare, dunque? La sempiterna questio

Che Fare, dunque? La sempiterna questio

Che fare, dunque? tradotto da Flavia Sigona, pubblicato in una nuova edizione in Italia dalla Fazi editore questo febbraio.
Come per le grandi opere, le quali anche a distanza di anni non smettono di dire qualcosa alle nuove generazioni, questa di Lev Tolstoj, edito nel 1886, tratta di un tema che ahimè non ha mai smesso di mostrare tutta la sua attualità: la povertà.

Parentesi storica: l’Ottocento e Tolstoj

L’Ottocento fu il secolo nel quale si trova il preludio alla crisi del Novecento. Il tempo in cui Tolstoj va a vivere in città e fa esperienza della miseria urbana è il periodo di massima industrializzazione dove il Capitalismo sempre imperante inizia la sua opera di oppressione verso la povera gente. Segnaliamo infatti, anche se di qualche anno addietro, la pubblicazione di Povera Gente appunto, scritto dal connazionale e ugualmente geniale Dostoevskij. Questo sta a dimostrare una situazione diffusa e tentacolare che attanagliava, quella fin de siècle che pure è stata denominata dagli storici “Belle Epoque”: sintomatico delle contraddizioni sempre presenti nell’esistenza umana. Come reazione alla crisi nascono movimenti sociali, movimenti operai, di cui in Italia Mazzini è fondatore. Nasce il Partito Socialista. Ed è a quei movimenti che Tolstoj guarda ponendo in essere un Cristianesimo sociale innovativo.

Dopo essere stato a lungo a contatto con i contadini poverissimi e oppressi della campagna russa, sulla soglia dei sessant’anni, divenuto famoso e ricco dopo i suoi capolavori “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”, Tolstoj scopre la terribile miseria metropolitana degli operai e dei senzatetto della città di Mosca agli inizi del suo processo di industrializzazione. Che Fare, dunque? Cosa possiamo fare? Questa domanda che contiene, dice Tolstoj, l’ammissione dell’errore e della stortura della nostra vita, e al tempo stesso la scusa del cambiamento impossibile.

Mai, in vita mia, avevo abitato in città. Quando nel 1881 mi trasferii a Mosca restai stupito della miseria urbana. “Un giorno, mentre camminavo lungo il vicolo Afanas’evskij vidi una guardia che caricava su una carrozza un uomo tutto cencioso e gonfio; domandai: «Cosa ha fatto?». Il poliziotto rispose «chiedeva l’elemosina». «Perché, è vietato?» «A quanto pare, sì», replicò quello”.

Questo è uno fra gli innumerevoli casi di povertà e di miseria in cui si imbatte l’autore e che rendono l’intero saggio una vera e propria fenomenologia dello spirito di Tolstoj, paradigma di chi guarda criticamente la realtà sociale,  il quale conosce gli ultimi, i poveri; i miserabili con le loro sofferenze. Tali eventi  scuotono così profondamente lo scrittore russo da non poterlo lasciare indifferente dinnanzi a tanta miseria e per questo motivo una domanda lo tormenta. Cosa fare? Come fare a cambiare almeno in parte l’ordine delle cose?

Ogni giorno, verso il tramonto, Tolstoj esce dalla sua bellissima villa in mezzo a un parco non lontano dal Cremlino e vaga per le strade per indagare come si vive nei quartieri popolari. Di fronte a un’umanità disperata e derelitta che si difende a malapena dalla fame e dal freddo, sente la sua ricchezza come una colpa: è a disagio nel salire le scale dotate di una passatoia, di camminare su costosi tappeti, di essere servito con cinque portate da camerieri in frac.

Tolstoj non può evitare di sentire sulla sua pelle tutta quella sofferenza, ma ancor più importante è che si rende conto che gli oppressi innanzitutto sono persone, e che, oltre la loro povertà, non hanno niente di diverso dai ricchi: si innamorano, si arrabbiano, si annoiano come tutti gli altri esseri del mondo.

Ed ecco che non basta più la piccola elemosina del ricco, ma sono necessari cambiamenti più profondi che riorganizzino le strutture sociali, che garantiscano giustizia ed uguaglianza. Ma tutto ciò appare oltremodo difficile, quasi utopico: “Che fare, dunque?” si ripete continuamente l’autore, che fare?
L’eco di questa domanda che risuonava nella mente dell’intellettuale russo, risuona ancora e ci raggiunge.

“Ho capito che l’infelicità umana deriva dalla schiavitù in cui alcuni individui costringono gli altri e che la schiavitù della nostra epoca è prodotta dalla violenza degli eserciti, dall’usurpazione delle terre e dalla riscossione forzata del denaro”.

Che Fare, dunque? Niente di più attuale, insomma!

Filosofia morale e politica alla ricerca di un etica che possano dare alla luce la palingenesi di un mondo nuovo. Interessanti sono le pagine ove si occupa della vera natura della moneta e dei meccanismi dell’economia di mercato, da cui si evince chiaramente come la sua morale non stoica badi ai concreti problemi e cerchi un ontos sociale a cui aggrapparsi, da cui desumere una risposta alla sempiterna questio: Che Fare, dunque?

Un’opera che ha avuto una notevole influenza sul pensiero di Gandhi e su quello di Jack London.
qualche anno più tardi l’eterno interrogativo ritornò ad essere posto nella stessa Russia, all’alba della Rivoluzione d’Ottobre. Era allora la mano di Lenin che cercava nella parola scritta la risposta a quella domanda “Che fare, dunque?”. La risposta che diede Lenin la conosciamo bene. Ma una risposta dalla cui partire per porre in essere un divenire nuovo, forse ce la dona ancora Tolstoj.

Il libro, grazie alla nuova traduzione edita Fazi, diventa una di quelle grandi opere da riscoprire e da rileggere per comprendere meglio il nostro tempo.

“Se solo le donne capissero la propria importanza, la propria forza e la usassero per salvare mariti, fratelli e figli. Per salvare il genere umano! Madri delle classi agiate, la salvezza dai mali che avvelenano il nostro mondo è nelle vostre mani! “.