La fiera del luogo comune sulle discipline umanistiche

La fiera del luogo comune sulle discipline umanistiche

Quanto più basso è il livello culturale del contesto sociale tanto più facilmente si allestiscono fiere del luogo comune, il quale luogo comune non è detto sia debellato con una buona cultura. Molto spesso, infatti, il progresso umano viene bloccato da una logica utilitaristica nei confronti del sapere. Il quale, ovviamente, non agisce così da solvente dei prosciutti sugli occhi, ma da mero strumento d’accrescimento personale. Ovviamente tanti e troppi sono i motivi per cui ci si pone in tal modo nei confronti della cultura, a partire da fattori di tipo istintuale a quelli di tipo contestuale; così come tanti e troppi sono i motivi della creazione del luogo comune, erba cattiva e ignorantissima.

Chiaramente: «A cosa servono le discipline umanistiche?» è un luogo comune animalesco. Pensare è l’imperativo categorico dell’uomo. Niente paura, non è niente di mostruoso: bastano solo due step. Primo: prendere un libro di Storia Moderna per comprendere quanto forte sia la tradizione culturale occidentale. Secondo e più doloroso step: viaggiare nei paesi del Terzo mondo o qualsivoglia luogo non civilizzato. Terzo (per i più facoltosi): riproporsi la domanda e sforzarsi di dare una risposta che non sia “a niente”.

Ovviamente no: non è come il tutorial su come mandare una e-mail – si sarà capito?

L’utilità delle discipline umanistiche, nel pensiero dei grandi, contro il luogo comune

Numerosi sono gli intellettuali che nel passato si sono interrogati sulla presunta utilità delle discipline umanistiche; tra i pensatori più incisivi per debellare oggi il luogo comune ci sono il napoletano Vico e Ugo Foscolo.

Giambattista Vico, Scienza nuova, II libro: Della sapienza poetica. L’intellettuale napoletano vuole andare in percussione verso il passato per ricostruire l’origine del sapere umano. Fissa gli occhi sul mito: è per lui un tipo di linguaggio non razionale, ma fantastico, teso a collegarsi a immagini e figure. È da qui che parte la concezione di Vico: quello di cui si rende conto è lo stesso valore della mitologia, che attraverso palcoscenici su cui si muovono figure eroiche o antieroiche propaga le varie espressioni della vita civile quotidiana dei popoli a cui appartiene. Per cui è fatta: decifrare la mitologia e il suo linguaggio è uguale a ricostruire i modelli organizzativi dell’umanità di quelle epoche. Lo scopo uno solo: tener memoria, per imparare a rapportarsi col futuro.

Anche Ugo Foscolo si dimena in termini simili nei Sepolcri. Inizia l’opera; il poeta si chiede: ma a cosa servono le tombe? Tocca ma elude uno svuotamento di significato, facendo divenire le tombe – quelle pubbliche – espressione fisica del memorandum costituito dall’esempio dei virtuosi. Allo stesso modo, verso la fine, Foscolo si chiede: ma a cosa serve la poesia? Ugual funzione dei tumuli, ma più forte e potente. Anche qui lo scopo è uno solo: perpetrare il ricordo.

La memoria è civiltà, come la storia, il pensiero e l’arte.

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A proposito di Ciro Piccolo

Nato il 15 ottobre del ’97, fin da piccolo ho sempre mostrato una propensione a mettermi in mostra, in maniere diverse, molto spesso malsane; ad esempio, sparire – paradosso – è annoverato nel repertorio. Però ho sempre ritenuto ci fosse qualcosa di più interessante da scrivere che di me, me, me, me, me; oggi lo faccio spesso, per sembrare un monumento imponente e non il vero me impotente. Sarà anche per quella strana forma giovanile di orgoglio verso il dramma, che accumula in grumi di sangue detriti di finzione per l’accettazione di chi ti sta intorno, come se ti dicessi ‘devo dimostrare d’essere così come dice che non sono’, diventando ciò che appunto non sei, snaturandoti e facendo sì che scoppi il tuo egocentrismo nella forma più sbagliata. È per questo che parlo sempre di me, me, me, me, me. Che egocentrico avrà già detto chi è arrivato fin qui. E ben venga, perché voglio che sia così. Vorrei mi chiamassi Cristo Velato, leggendolo come declamazione. Così: ‘Cristo Vela-to’.

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