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Eroica Fenice

Mourinho

Apologia di Mourinho, cavaleiro triste

In un paese della Penisola di Setúbal, di cui non voglio ricordarmi il nome (ma mi sa che il nome è proprio Setúbal), nacque uno dei più audaci condottieri di cui la storia degli uomini abbia memoria. Il suo nome era don Mincàvolo o don Mifateschifo o don Moritetutti ma decise di partire per le sue avventure con il nome di Mourinho anche se nessuno accettò mai di fargli da scudiero per più di cinque minuti. Dopo aver conquistato la sua Lusitania a suon di trofei, la lasciò, perché dei mediocri è la celebrazione, e portò i suoi talenti a servire la corona di Elisabetta II. Qui conquistò il cuore dell’aristocrazia di Pietroburgo e riuscì a farsi ricoprire di danari, aggiunse trofei a trofei, e cominciò a litigare con tutti. Perché?

Mourinho, cavaleiro triste

Perché mai è esistita personalità più ribelle e fiera di quella del cavaliere di Setúbal, sempre pronto a denunciare i complotti a suo danno orditi, le ingiustizie a suo discapito perpetrate. Celeberrima la sua battaglia contro gli arbitri a vento, un esercito indemoniato di fischietti nemici (che qualcuno ha malignamente e a posteriori identificato come vigili urbani). La battaglia durò mesi e mesi e il prode Mourinho dovette riparare alla corte degli Sforza in cerca di asilo. Quello che avvenne nel ducato è ammantato nella leggenda. Fu amore a prima vista tra cavaliere e corte, tra popolo e cavaliere. I più importanti traguardi cavallereschi furono raggiunti. Gli scudieri più affidabili si accapigliavano per servire sotto don Mourinho (salvo poi fuggire a gambe levate dopo poco). Lui fé presto a creare inimicizie acerrime e insanabili tra le corti vicine, ma fu per breve periodo il beniamino incontrastato dei giusti. Alla fine della sua permanenza presso il ducato, tutta la sua corte si scappellava al suo passaggio e l’universo mondo degli uomini al di fuori della corte lo ricopriva di ingiurie a più non posso.

Fu allora, all’apice dell’onore e della fama, che don Mourinho ebbe chiara la visione del suo fato. Troppo amato e troppo odiato, in ragion del suo carattere fumantino, egli era, e sempre sarebbe rimasto: solo. Troppo destro, troppo arguto, troppo. Come tutti i grandi navigatori della sua terra natia, egli era condannato a vivere errabondo fino alla fine dei suoi giorni, come un cavaliere che non conosce riposo: O cavaleiro triste.  

Nessun altra contrada lo venerò a tal punto da fargli dimenticare la sua solitudine. Egli fu in Castiglia, dove di ben diversa foggia sono gli hidalgos che vengono adorati, e finì a sganassoni con tutti, o quasi tutti.

Egli fu dove un’importante lezione di vita gli fu impartita: di ritorno in Albione. Stanco e provato, egli credette di trovare così vecchi amori, antiche amicizie. Ma fu accolto dal gelo di una corte ormai orientata a diverso sentire.

L’ultima lezione che don Mourinho imparò a sue spese, prima di andare a nascondersi nella bruma del Bairro Alto: non c’è redenzione e non c’è ritorno a casa per il cavaliere triste.