Quella ricordata come partita della morte è un evento storico accaduto durante la Seconda guerra mondiale, ed ha avuto luogo a Kiev, attualmente in Ucraina, all’epoca parte dell’Unione Sovietica. Gli sportivi ucraini coinvolti in questa vicenda non hanno chinato la testa di fronte alla paura e al terrore nazista, anzi, hanno dato prova della propria fierezza di fronte agli invasori. Essi sono, ancora oggi, ricordati come eroi nazionali: l’onore, l’orgoglio ed il loro senso di appartenenza hanno contribuito a trasformarli in leggenda. È doveroso ricordare che la propaganda sovietica ha sfruttato questo episodio per farne un vero e proprio mito: gli eventi narrati, quindi, oscillano tra mito e realtà.
Il contesto storico della partita della morte
La storia della partita della morte inizia con l’invasione nazista dell’URSS del giugno 1941, iniziativa proposta da Hitler e ricordata come operazione Barbarossa. Nell’estate del ’41, l’espansione della Germania verso est procedeva in maniera molto rapida e, dopo intensi bombardamenti, la Wehrmacht fu in grado di controllare la città di Kiev già dai primi di settembre.
In quel periodo, Iosif Kordik, un grande appassionato di calcio che gestiva una panetteria al centro di Kiev, iniziò ad assumere dei calciatori professionisti all’interno della propria attività, con l’obiettivo di creare una squadra di calcio del panificio. Essi erano, principalmente, giocatori provenienti dalle due più importanti squadre di Kiev: la Dinamo Kiev e la Lokomotyv Kiev.
Nel frattempo, l’atmosfera in città era molto tesa e gli ucraini si dimostrarono particolarmente intolleranti nei confronti del regime: i tedeschi, quindi, cercarono di piegare il loro spirito combattivo organizzando un torneo calcistico, a cui presero parte 6 squadre. Tra queste vi erano: quella di Kordik, che sarà denominata Start FC; due ungheresi; una tedesca, composta da soldati semplici, chiamata PGS; una rumena; una formata da ucraini collaborazionisti, chiamata Ruch; infine, la squadra simboleggiante l’orgoglio nazista, quella che avrebbe dovuto rappresentare la supremazia ariana, la FV Flakelf. Quest’ultima era composta dai migliori atleti tedeschi presenti sul territorio e appariva, alla vigilia del torneo, come una formazione invincibile; fu questa la squadra contro cui gli ucraini giocarono la partita della morte.
Il torneo
Il torneo ebbe inizio il 7 giugno 1942 e, partita dopo partita, la Start dimostrò subito il proprio valore: ne vinse 4 consecutive con risultati rocamboleschi, tra cui un 11-0 contro la squadra romena ed un 6-0 contro la squadra tedesca di soldati semplici. La squadra del popolo riuscì a riaccendere quel sentimento identitario e di appartenenza che l’invasione tedesca aveva cercato di eclissare.
I nazisti, impressionati e allo stesso tempo irritati dalla risonanza di quei risultati, decisero che la Start dovesse sfidare la Flakelf. Fu una mossa astuta da parte dei tedeschi: essi capirono che le partite giocate poco avevano a che fare con lo sport. Era una questione d’orgoglio. Probabilmente sicuri che la squadra invincibile potesse avere la meglio sugli ucraini, i nazisti stabilirono che l’intero torneo dovesse essere deciso sulla base di un duplice incontro tra le due formazioni.
Nella prima partita, sotto gli occhi degli impotenti gerarchi e dirigenti del Reich, gli ucraini ebbero la meglio sulla Flakelf, sconfitta per 5-1. Fu un’umiliazione che i nazisti non potevano in alcun modo accettare. In occasione dell’incontro di ritorno, furono richiamati dal fronte i migliori sportivi tedeschi, per l’incontro che avrebbe deciso tutto: la cosiddetta partita della morte.
La partita
La partita decisiva fu presentata con grande enfasi dalla propaganda nazista e si giocò il 9 agosto 1942. Facile comprendere quale fosse l’atmosfera: gli spalti non erano più gremiti di cittadini tedeschi e sovietici, bensì da SS in uniforme; l’arbitro prescelto per la direzione del match era un ufficiale nazista che favorì ampiamente i calciatori del Reich; gli atleti della Flakelf giocarono sporco, spinti anche dall’arbitraggio di parte.
Un particolare da ricordare riguarda il fatto che, poco prima della partita, lo stesso direttore di gioco entrò negli spogliatoi della squadra ucraina, intimandogli di portare rispetto nei confronti del Reich e di urlare il celebre saluto al führer «Heil Hitler», in segno di riverenza. I giocatori della Start sapevano quale fosse la cosa giusta da fare: all’ingresso in campo, in quella che passò alla storia come la partita della morte, piuttosto che fare il saluto nazista ed urlare «Heil Hitler», essi gridarono a perdifiato «Fizkult Hurà!», motto che letteralmente ha il significato di «Viva la cultura fisica», ampiamente utilizzato dai sovietici durante gli eventi sportivi.
L’atteggiamento dei calciatori tedeschi in campo era ben chiaro sin dalle prima battute: un gioco violento e provocatorio, falli, gomitate ed entrate a gamba tesa. Nonostante le ingiustizie, i giocatori della Start riuscirono a segnare per ben 3 volte nel giro di pochi minuti, portando all’intervallo la propria squadra avanti sul risultato di 3-1. Nuovamente, un ufficiale delle SS si presentò negli spogliatoi dei calciatori della Start: dapprima si congratulò con loro per l’ottima prestazione, successivamente li invitò a riflettere bene sul comportamento che essi stavano adottando e, soprattutto, sulle ripercussioni che ci sarebbero state. Nonostante i soprusi e le minacce, i calciatori ucraini continuarono ad impegnarsi al massimo per poter vincere quella partita e quel trofeo, senza dar peso alle conseguenze.
La partita della morte, infatti, si concluse sul risultato di 5-3 in favore della Start, cosa che irritò molto gli ufficiali nazisti presenti sugli spalti. Un evento specifico, però, accaduto negli ultimi minuti della partita, umiliò spudoratamente i tedeschi: il mancato gol del 6-3.
Pochi attimi prima del fischio finale, l’attaccante ucraino Klimenko ricevette palla e, dopo aver scartato mezza difesa della Flakelf, incluso il portiere, si trovò solo sulla linea di porta avversaria; egli sapeva che avrebbe potuto, senza disturbo, sfiorare appena il pallone per depositarlo in porta e siglare il definitivo 6-3, ma decise di non farlo: mentre si trovava col pallone tra i piedi sulla linea di porta, con occhi di sfida guardò la tribuna su cui erano presenti i nazisti e tirò il pallone fuori dal campo. Una totale umiliazione, un oltraggio che i tedeschi non potevano sopportare.
Le conseguenze della partita della morte
La partita della morte terminò e scattarono le rappresaglie: molti dei calciatori furono internati nei campi di concentramento, alcuni vennero fucilati mentre altri finirono in prigione, accusati di spionaggio. Goncharenko, uno dei membri più importanti della squadra, riuscì a fuggire e, qualche anno dopo, raccontò la storia incredibile di questo torneo. L’onore ed il coraggio dei giocatori della Start li renderà leggenda: essi saranno per sempre ricordati come uomini che hanno sfidato i soprusi, la sopraffazione, le angherie e la violenza nazista, e sono stati in grado di farlo attraverso un pallone, attraverso lo sport.
Un monumento in loro onore recita: «Per il nostro presente, sono morti nella lotta, la vostra gloria non si spegnerà, eroi, atleti senza paura.».
Fonte immagine per l’articolo “La partita della morte: sport, onore e orgoglio”: Wikimedia Commons