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Eroica Fenice

Napoli era, ora: intervista a Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca

Si narra che la sirena Partenope, offesa dal rifiuto di Ulisse, morì suicida e, esanime, fu trasportata dalle onde del mare sino alle coste campane.  Il suo corpo si trasformò, allora, nella terra su cui sarebbe sorta la città di Napoli, legando indissolubilmente le sorti del popolo napoletano alla passione per il canto e per la musica. Tuttora questo legame è vivo e sono numerosi gli artisti che dedicano la vita a tramandare la tradizione musicale napoletana. Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca, coppia nel lavoro e nella vita, rientrano a pieno diritto tra questi artisti, poiché da oltre vent’anni sono impegnati in iniziative e spettacoli volti a diffondere il patrimonio culturale partenopeo.
Tra i loro ultimi progetti vi è l’iniziativa ‘Terra Mia’ e l’album ‘Napoli era, ora’, che raccoglie alcuni dei classici più belli e un inedito. ‘Napoli era, ora’ è anche il titolo dello spettacolo teatrale che stanno portando in scena e proprio in occasione della rappresentazione abbiamo incontrato Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca, che hanno gentilmente risposto alle nostre domande.

Chi ha curato il lato organizzativo e artistico dello spettacolo ‘Napoli era, ora’?

Lo spettacolo è sostanzialmente una nostra idea, che è riuscita a prendere corpo anche grazie al supporto di Ludovica La Rocca, che ha curato la regia, e di Federica La Rocca, che ha curato la messinscena. Insieme abbiamo scelto i filmati in cui compaiono artisti come Totò, Troisi, Dalla, la Magnani e l’ordine in cui inserirli nello spettacolo, con l’obbiettivo di rappresentare la bella Napoli, quella vera, attraverso le loro parole. La collaborazione con Federica e Ludovica La Rocca è stata molto importante perché il confronto con una generazione giovane ci ha proiettato nel futuro e ci ha permesso di avvicinarci anche ai ragazzi. Loro sono le persone che riescono a trasformare i nostri progetti in realtà. Noi siamo adulti, ma conserviamo la curiosità dei bambini e questo ci porta a reinventarci continuamente e a voler sperimentare.

Con quale criterio sono state selezionate le canzoni per lo spettacolo?

Il nostro intento, come suggerisce il nome dello spettacolo, è stato quello di accompagnare lo spettatore in un viaggio che ripercorresse le tappe della canzone classica napoletana. Si parte, infatti, con ‘Fenesta vascia’, che è un brano musicato nel settecento, ma scritto addirittura nel lontano cinquecento, sino ad arrivare al classico più moderno, che è ‘A città e pullecenella’.

È particolare la scelta degli strumenti utilizzati. Che peso hanno all’interno dello spettacolo?

Sono tutti strumenti acustici, che bene si adattano al classico napoletano perché sono in grado di suscitare emozioni intense in chi ascolta e riescono a creare un’atmosfera intima, che è la sola adatta per godere della musica proposta da noi. Abbiamo capito che l’emozione del pubblico è tanto più forte quanto più gli cuci addosso la canzone: è uno scambio di forti sensazioni tra noi e loro. Inoltre, c’è la volontà di ridare dignità a strumenti della nostra tradizione come la mandola e le castagnette – che, spesso dimenticati, sono in realtà utilizzati nelle grandi orchestre –  e rifuggire da quegli stereotipi che vedono Napoli solo come ‘pizza, tarantella e mandolino’. Purtroppo, a volte siamo proprio noi napoletani a rovinare un patrimonio che andrebbe preservato. La nostra è diventata una vera e propria missione: vogliamo che i giovani conoscano la nostra musica e imparino ad apprezzarla per poi diffonderla a loro volta.

Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca, sul palco siete affiancati da altri artisti. Sono collaborazioni occasionali?

Massimiliano Essolito e Angelo Cerrato sono parte integrante dello spettacolo, il primo al mandolino e mandola e il secondo al violino e pianoforte. Lo spettacolo si arricchisce occasionalmente della collaborazione di artisti che hanno partecipato all’incisione del nostro album ‘Napoli era, ora’, tra cui Joe Amoruso e Tony Esposito.

Tempo fa avete lanciato l’iniziativa ‘Terra mia’, da cui è nato il video visibile su Youtube. Vi aspettavate una tale partecipazione?

Assolutamente no, e siamo stati molto felici del successo che ha avuto l’iniziativa: sono arrivate foto da tutto il mondo. Siamo partiti chiedendo alle persone di scegliere un luogo che avrebbero voluto proteggere e fotografarsi lì con la mano sul cuore, ma la sorpresa più grande è stata vedere che molti hanno scelto una causa invece di una terra. Ci sono arrivate fotografie contro il razzismo, l’omofobia e tanti altri temi che ci hanno molto colpito. Tra le tante persone che hanno aderito all’iniziativa figurano il campione paralimpico Fabrizio Macchi e Fabio Merlino, figlio del sottotenente ucciso nella strage di Nassirya.
Terra mia’ è un manifesto di amore e di libertà, rappresenta l’attaccamento alla propria terra, sembra gridare ‘questa terra è la mia e non si tocca!’.