A differenza di Hara Tamiki e Ōta Yōko, Tōge Sankichi (峠三吉, 1917-1953) – nato Tōge Mitsuyoshi (letteratura alternativa dei caratteri 三吉) – gode di una fama diversa. La sua fu una vita segnata fin dall’inizio da un costante impegno politico e dalla lotta contro le ingiustizie, ben prima dell’olocausto atomico. L’esperienza di Hiroshima non fece che radicalizzare ulteriormente questo slancio. Intorno a lui si creò un’aura quasi mistica, da leader carismatico o addirittura da santone, alimentata dal profondo rispetto che i suoi compagni del Partito Comunista nutrivano nei suoi confronti. Basti pensare a quella che Richard H. Minear definisce la “brigata della trasfusione” di Tōge: un gruppo di amici e colleghi poeti pronti a donargli sangue ogniqualvolta fosse stato colpito da un’emorragia.
La gioventù di Tōge Sankichi
Tōge era dodici anni più giovane di Hara Tamiki e quattordici più giovane di Ōta Yōko; il 6 agosto 1945 aveva appena ventotto anni e morì a soli trentasei. A causa della sua salute, da sempre cagionevole, il corpus letterario che lasciò in eredità ai posteri non è tanto ampio quanto quello dei suoi compagni della genbaku bungaku, ma risulta altrettanto impressionante.
L’amore per la letteratura si tramandava in maniera naturale tra le mura domestiche, alimentato dalla passione condivisa per le opere di Lev Tolstoj (1828-1910) e Kagawa Toyohiko (賀川 豊彦, 1888-1960). Anche grazie a un ambiente così stimolante, già dal terzo anno delle elementari, Tōge aveva iniziato a scrivere racconti, per poi dedicarsi alla composizione di poesie durante gli anni delle medie.
A causa del suo corpo fragile, il poeta di Hiroshima si definiva uno spettatore della guerra, essendo stato escluso dal servizio di leva militare e impossibilitato a combattere per il suo Paese. Fu per questa sua debolezza congenita che il padre cercò, invano, di tenerlo lontano dalla strada politica intrapresa dai suoi fratelli e sorelle, cinque in tutto con Sankichi. E con questa speranza, dopo le scuole medie, lo iscrisse alla scuola prefettizia di economia di Hiroshima, da cui si diplomò a diciotto anni, nel 1935. In seguito, gli venne anche diagnosticata erroneamente la tubercolosi, spingendolo a credersi condannato a morire da lì a poco. Soltanto dieci anni più tardi si scoprì che la precedente diagnosi era errata: il male di cui soffriva, erano in realtà delle bronchiectasie. Non sorprende che Tōge accolse con estrema gioia la notizia, al punto da scrivere un breve componimento per celebrarla. Tuttavia, il suo amico e biografo Masuoka Toshikazu notò l’amara ironia della situazione: per la tubercolosi si trovò presto una cura grazie agli studi sulla streptomicina e altri farmaci, mentre l’unico trattamento efficace contro le bronchiectasie rimase la chirurgia, che finì per costargli la vita. Masuoka attribuisce la fragilità del poeta non solo alla malattia cronica da cui era affetto, ma anche agli effetti debilitanti della bomba atomica sulla sua già precaria condizione fisica.
Successo e resistenza
Come Hara Tamiki, sopravvisse al Little Boy per puro caso: alle 8:15 del 6 agosto 1945, stava per uscire dalla sua casa a Midorichō, come egli stesso racconta nella postfazione alla sua più celebre raccolta di poesie. A differenza di Ōta Yōko, la sua disillusione nei confronti della “guerra sacra” giapponese maturò rapidamente, come dimostra la poesia La Verità, scritta nel settembre 1945, a un solo mese dalla resa incondizionata. Per quell’anno, Tōge aveva già composto più di 3000 tanka e haiku, ma l’opera per cui è maggiormente ricordato resta la struggente e magistrale raccolta di poesie intitolata Genbaku shishū (原爆詩集, Poesie della bomba atomica).
Fu un poeta profondamente impegnato, non solo religiosamente, dopo la sua conversione al cristianesimo nel 1942, ma anche tra le fila del Partito Comunista dall’11 aprile 1949. Era un periodo cruciale: gli anni immediatamente successivi alla proibizione delle proteste dei lavoratori emanata da MacArthur (1947) e contemporanei alle due ondate di purghe rosse orchestrate dalle stesse Forze d’Occupazione (1949-1950). Pochi mesi dopo l’adesione di Tōge, la sede di Hiroshima della Japan Steel Works venne colpita da una massiccia ondata di licenziamenti. Fu in questo contesto che il poeta scrisse Canto di rabbia, un componimento che lesse ad alta voce davanti agli stessi scioperanti, in cui invitava i “giganti addormentati” – gli operai oppressi – a trasformare «la loro collera in un canto, e le loro lacrime in un inno». Citando le “odiate bandiere della polizia” e le catene che legavano i loro polsi, la poesia si fece veicolo di resistenza e riscatto. Quel giorno segnò una svolta: Canto di rabbia fu la prima ode che il poeta lesse pubblicamente e che raggiunse un livello di consensi tanto elevato. Nel suo diario scrisse: «Oggi è la prima volta che io – un poeta che ha trasformato l’estetica della propria poesia in pratica, mutando pelle – sono riuscito a ricevere della gioia. Sono felice; sento una profonda maturazione. Si può fare! Posso realizzare qualcosa!»
Da quel momento, il modo in cui Tōge concepiva la poesia cambio profondamente. Non era più solo mera espressione artistica, ma un’arma per combattere le ingiustizie sociali.
La morte di Tōge Sankichi
Dopo l’ennesima emorragia nel giugno del 1950, fu ricoverato in ospedale nel gennaio successivo, per essere preparato a un intervento programmato per quattro mesi più tardi. Fu allora che, convinto che quello sarebbe stato il loro ultimo saluto, disse addio alla compagna Harada Yoshiko e scrisse in tutta fretta Poesie della bomba atomica. Poco dopo aver completato la raccolta, i medici annullarono l’operazione, scoraggiati dall’altissimo tasso di mortalità: negli ultimi tre tentativi non c’era stato neanche un sopravvissuto.
In seguito, la fama del poeta crebbe ulteriormente, alimentata anche dalle campagne nazionali per la raccolta di sangue per le trasfusioni e di fondi destinati alle sue cure ospedaliere.
Quel rinnovato “senso di missione”, come lo definisce Masuoka, spinse Tōge Sankichi a volersi comunque sottoporre all’operazione, deciso a proseguire la sua lotta per il bene dell’umanità.
Il 10 marzo 1953, alle 4:45 del mattino, il poeta della bomba atomica morì, a soli trentasei anni, nel suo letto d’ospedale a Hiroshima. Nonostante il suo spirito fosse forte e accanto a lui vi fossero Yoshiko, amici e compagni, ciò non bastò a trattenerlo in vita.
La purezza del suo cuore e il suo encomiabile impegno nel volere rendere il mondo un posto migliore sono racchiusi nei frammenti di una lettera indirizzata alla sua compagna: «Si susseguono eventi che dimostrano che la mia vita non è mia o tua […] io vivo per tutti e muoio per tutti».
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