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Eroica Fenice

tony pagoda

Iaia Forte nei panni del Tony Pagoda di Paolo Sorrentino

Un ritorno entusiasmante quello di Tony Pagoda. Diretto e interpretato da Iaia Forte, accompagnata da Francesca Montanino, lo spettacolo prende vita su un palcoscenico fatto di luci soffuse, con l’atmosfera intima del Piccolo Bellini e lo sbrilluccicare alle spalle di una vita fatta di paillettes. Un tuffo nel passato per chi quegli anni li ha vissuti, un trasporto disincantato per i più giovani che nel 1980, invece, non erano ancora nati. La ricerca ossessiva del piacere in ogni sua forma, l’eccesso a tutti i costi, una bottiglia di Ballantyne hanno fatto sì che negli anni Tony Pagoda sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo. Sembra quasi volersi rivolgere ai nostalgici che avrebbero voluto vivere così, accontentandosi anche di qualche sprazzo e che, invece, hanno trascorso la loro vita dietro la monotonia di una scrivania. Fino ad arrivare ai giovani del duemila, cellulare alla mano e spalle alla vita. Ma di quale vita si tratta? La domanda costante su quale sia il prezzo da pagare per averla vissuta sempre con il piede sull’acceleratore, fatto di tradimenti, una moglie definita come un involtino di ansia e rapporti vissuti in superficie, quando sembrano essere solo le tette a contare dopo uno spettacolo in un night di Ascoli Piceno, in un concerto di Capodanno che saluta gli anni Settanta. Tony Pagoda riparte da qui, dal centro Italia, in quello che ama definire il Medio Evo dei sensi, perché lì, ad Ascoli Piceno, una sola cosa sembra essere di livello superiore alla piccola borghesia che ci vive tutto l’anno: le donne.
Pagoda incarna quella sfrontatezza che tutti noi vorremmo avere, quella risposta pronta per ogni circostanza, che elaboriamo solo la sera prima di addormentarci, quando ormai è troppo tardi.
In una non semplice interpretazione del personaggio, che ha dato l’incipit alla straordinaria carriera di Paolo Sorrentino, la prima cosa che ci si sente di fare, abbandonato il teatro, sembra quasi essere un ringraziamento per aver assistito, e non più ascoltato, o letto su carta stampata, alla voce rauca, alla cocaina a intervalli regolari, alle risate scroscianti e alla charmante megalomania di un personaggio, che gli amanti dello scrittore e regista napoletano portano nel cuore, idealizzandolo come condottiero di una via d’uscita da una vita borghese e monotona, proprio come quella di Ascoli Piceno.
Pagoda è quel personaggio studiato nel dettaglio, che sembra uscito dalla mente di chi avrebbe voluto avere la sua spregiudicatezza nell’affrontare la vita e che invece si limita ad osservarla da vicino nei minimi dettagli. Di tutti coloro che non riescono mai a dimenticare i viali alberati del primo amore, quello che a conti fatti, i conti con la vita, sembra essere stato l’unico vero e spensierato “sprazzo di bellezza”. L’amore. Come quello per Beatrice, l’unica donna con la quale Pagoda ha esitato, ha calcolato tutto, anche la prima frase d’esordio con la quale doveva presentarsi. Lì, dove saltano tutti gli schemi e le tecniche di seduzione spiattellate nel suo spavaldo, quanto esilarante, monologo sulla seduzione indirizzato a chi bello, come lui, non lo è stato mai.
È un ritmo brillante quello tenuto in piedi da Iaia Forte, artista che, con la sua coinvolgente esuberanza, tiene capo, in maniera perfetta e intelligente, prima a Tony Pagoda, e poi all’inevitabile confronto con l’interpretazione pulp di Tony Servillo ne “L’uomo in più”, riuscendo a dare un tocco più buffo, a tratti esasperato come la vita che lo circonda, ma meno serioso del protagonista del film, preso inevitabilmente, per scelte di copione, al confronto esistenziale del Pisapia calciatore, interpretato da Andrea Renzi. Tutto a fare da preludio ad un appuntamento con la vita, alla resa dei conti, ad una svolta fatta di sensi di colpa, che riversano Pagoda nel buio di un’esistenza triste, oltre che malsana.

Tony Pagoda è quel piacere a tutti i costi che si sveglia sempre con il comodino vuoto

L’appuntamento con la coscienza è sancito dall’immagine di un comodino vuoto. Senza nulla, come una scrivania senza cianfrusaglie. Senza carte sparse qua e là a testimoniarne la vitalità, il casino che diventa vita vissuta e non attraversata soltanto. Così, per andare avanti e arrivare senza troppi inceppi alla vecchiaia. Un comodino vuoto che spesso ci porta ad apparire quello che non siamo, ad oscurare tutti gli indici di debolezza che ci portiamo dentro e che poi non sappiamo gestire nemmeno con noi stessi. Alcuni, anzi molti, nemmeno ci fanno a caso. Continuano a vivere nell’apparenza del tirare a campare. Non è il caso di Pagoda, non è il caso di Sorrentino, né di Jep Gambardella. Di chi si guarda dentro e dietro un pianto, da solo, davanti ad uno specchio, si riprende tutta la tenerezza che faceva finta non esistesse, perché indice di debolezza.