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Eroica Fenice

Il Servo

Il Servo, un capolavoro in salsa hegeliana al San Ferdinando

È andato ieri in scena al teatro San Ferdinando Il servo, spettacolo che chiude l’edizione 2016 del Napoli Teatro Festival. La pièce, incrocio di adattamenti e di traduzioni dell’omonimo romanzo di Robin Maugham, presenta al pubblico il dualismo hegeliano del padrone – servo, con una commedia nera claustrofobica, cinica e a tratti inquietante.

Tony (Andrea Renzi) è un ricco e viziato avvocato londinese, ereditiero di una grossa somma di denaro che gli permette di vivere nell’agio più totale. Di ritorno da un lungo viaggio in Africa, l’uomo si stabilisce in pianta stabile nella City, in una nuova casa nella quale sceglie di vivere da solo con Barrett (Lino Musella), servo assunto al suo arrivo. Il rapporto che si instaura tra i due e le conseguenze che esso genera nei rapporti sociali e nelle scelte di vita dell’avvocato sono il punto di fuoco attorno cui ruota l’intero spettacolo che, scena dopo scena, svela il sapiente lavoro di regia di Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi che hanno saputo trarre il meglio dall’adattamento di Lorenzo Pavolini.

Il servo, tra Hegelismo e humor nero

Secondo Hegel, il binomio servo – padrone, che nell’antichità vedeva il primo sottostare al secondo, nell’età moderna trova una paradossale inversione di ruoli. Questo perché il signore, che in precedenza appariva indipendente nella misura in cui si limita a godere passivamente del lavoro del servo, finisce col diventare succube dal suo sottoposto. Il servo, invece, che appariva dipendente perchè trasformava e padroneggiava le cose da cui il signore riceveva il sostentamento, finisce per rendersi da lui indipendente. Hegel, dunque, pone l’accento sul valore formativo del lavoro e dell’esperienza della sottomissione, dalla quale si generano le condizioni per la liberazione.

L’opera di Robin Maugham è pervasa da questa idea filosofica e la spinge verso nuovi e perversi orizzonti. Barret, nelle prime scene, si pone come una figura quasi materna per Tony, che ritorna ad avere quelle attenzioni e quei privilegi che solo un bambino riesce ad ottenere. Questa regressione ha due conseguenze. Spinge l’avvocato a non voler cercare lavoro, a voler rimanere a casa, dimensione in cui ogni suo senso viene appagato, e, di pari passo, prende forma quel lento ma inevitabile processo di sudditanza psicologica che sarà fautore dello scambio di ruoli. Proprio in questa fase, Richard (Tony Laudadio), amico storico di Tony, e Sally (Emilia Fanetti), la sua ragazza, cominciano a perdere importanza e finiscono con l’eclissarsi nella scala gerarchica delle priorità dell’ereditiero che, rimasto solo, cadrà agilmente nella ragnatela tessuta dal servo.

Squallore claustrofobico e giochi psicologici in scena

Uno squallido spaccato sociale emerge dialogo dopo dialogo. La ricerca del piacere e del benessere sono diktat psicologici inalienabili, seppur riempitivi di un vuoto cosmico in cui i rapporti d’amore e di amicizia sono quasi d’intralcio. Sono un bisogno secondario, una suppellettile che non è in grado di soddisfare quanto ciò che si può comprare ed ottenere pagando. Il denaro, ancora una volta, diventa la variabile, la Condicio sine qua non che consente o meno una soddisfacente esperienza di vita.

Il servo è uno spettacolo quasi ipnotico. Nonostante scenografia, luci e musiche cambino raramente, l’interpretazione carismatica e ricca di sfaccettatura degli attori e la forza dirompente del testo lasciano il pubblico col fiato sospeso per due ore. Due ore che chiudono nel migliore dei modi il Napoli Teatro Festival.

Marcello Affuso