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Eroica Fenice

Pane Nostro

Pane Nostro di Andrea Cappadona: la prigione della realtà

È andato in scena dal 14 al 17 dicembre al teatro TRAM di Napoli lo spettacolo Pane Nostro, scritto e diretto da Andrea Cappadona, e interpretato da Rosario Mastrota. Pane Nostro è il racconto amaro di un panettiere calabrese naturalizzato al nord Italia la cui vita viene stravolta dalla ‘ndrangheta. Un racconto di sopportazione e furia che portano il protagonista Giuseppe a rimanere imprigionato dalla giustizia, o quella che egli crede la propria giustizia.

Pane Nostro: la follia della giustizia

Pane Nostro mette in scena il dramma che si scatena a partire nella vita reale e che si introietta nella psiche umana. Per comprendere questa “visceralità” propria di questa drammaturgia, deve essere analizzato l’iter di Giuseppe: panettiere da due generazioni e da due generazioni naturalizzato a Milano, il calabrese vive in una sorta di mondo idillico costituito dalle cicliche azioni necessarie all’arte di fare del buon pane. Si tratta, dal punto di vista di Giuseppe, di una forma d’amore verso quelli che chiama i suoi “figli”, ovvero il suo pane. Questo tipo di amore si fonde, inoltre, a quello per una donna, Lisetta, a cui in questo senso egli dedica l’invenzione di una nuova ricetta di pane che porta il suo nome.

Questo il mondo di Giuseppe. Il dramma inizia a sciogliersi quando egli, inconsapevolmente, entra a contatto con i criminali che cominciano a imporgli il pizzo, a cui egli si vede costretto a cedere. Nel monologo di Giuseppe si vede gradualmente sgretolarsi quel mondo fanciullesco in cui credeva di vivere, fino alla rivelazione da parte degli strozzini del fatto che, come lui ora, anche il padre e il nonno sottostavano a quella imposizione. Così tutto perde senso agli occhi del panettiere, in una serie di momenti scanditi da un disegno luci che, coerentemente col dramma, appesantisce la scena, in un certo senso anticipando la rivelazione dell’atto finale. La tragedia, l’atto ferino, si manifesta quando la crudezza del mondo reale interferisce e stravolge quello ideale.

All’ennesima riscossione, i due strozzini giungono a straziare quei pani che Giuseppe aveva amorevolmente inventato per l’amata Lisetta. Cieco d’ira, Giuseppe uccide i due criminali e, per sbarazzarsi dei cadaveri, prima li cuoce nel forno in cui egli cuoceva il pane e poi impasta i resti con la farina per farne dei panettoni da rivendere. L’atto bestiale diventa così l’esito della distruzione di un mondo “altro”, e che si traduce nella formulazione di una giustizia personale e distorta. Ecco che si ha la conferma di ciò che lo spettatore sospettava da tempo: il monologo di Giuseppe proviene dal fondo di una cella, spiegando così le ragione di una scenografia (curata da Marco Foscari) giustamente spoglia e arida. Ma se la “giustizia” di Giuseppe è frutto di un atto bestiale, altrettanto distorta appare quella dello Stato che punisce soltanto il povero panettiere, in quanto, come egli amaramente sostiene, «il sistema non si ferma, riparte… Anzi, continua…».

Pane Nostro, oltre a farsi racconto realista di un dramma personale e collettivo, analizza con occhio arido il sistema di una società distopica, come distopica sembra essere l’interpretazione del Padre Nostro, da cui sembra generarsi il dramma. In particolare, i versi «Dacci oggi il nostro pane quotidiano | Rimetti a noi i nostri debiti | come noi li rimettiamo ai nostri debitori» condensano, per inverso, il senso amaro dell’intero spettacolo, condensato nell’immagine del pane insanguinato che sembra illuminare di luce sinistra la scena.