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Eroica Fenice

Prometeo

Prometeo, il titano in catene che sfidò Zeus

Agli estremi confini eccoci giunti
già della terra, in un deserto impervio
tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto,
compier tu devi gli ordini che il padre
a te commise: a queste rupi eccelse
entro catene adamantine stringere
quest’empio, in ceppi che non mai si frangano:
ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco
padre d’ogni arte, t’involò, lo diede
ai mortali. Ai Celesti ora la pena
paghi di questa frodolenza, e apprenda
a rispettar la signoria di Giove,
a desister dal troppo amor degli uomini.

Il mito di Prometeo si colloca agli albori del mondo, quando Chrònos e Zeus si contendevano il regno. Sopravvissuto al diluvio mandato dagli dei per punire la tracotanza dei suoi fratelli, Prometeo è accolto da Zeus sull’Olimpo. Per volontà di questo diventa demiurgo, dando origine all’uomo dal fango, nel quale instilla la vita con il fuoco divino, soffiandoci dentro. Fatali saranno la sua generosità e compartecipazione al destino umano. Fatale sarà il furto del fuoco dall’officina di Efesto per donarlo agli uomini, come mezzo di innalzamento dalla barbarie. Si scatenerà su di lui l’ira di Zeus.  Prometeo sarà, infatti, incatenato ad una roccia ai confini del mondo, sotto la custodia di Efesto, di Kratos e Bìa.

Con questa scena ha inizio la tragedia eschilea.

In tutta l’opera è costante la centralità del personaggio di Prometeo, un ribelle incapace di accettare l’ordine imposto da Zeus e dalle nuove divinità. Centrale è il punto di vista del protagonista, portatore di un valore che non può non suscitare simpatia nello spettatore: la solidarietà verso gli uomini e la volontà di aiutarli a progredire facendo loro conoscere il fuoco. Prometeo, dunque, come portatore di luce e di progresso, anche a costo di sfidare la volontà di Zeus, metafora del pensiero libero, svincolato dal mito e dalle false e bugiarde mitologie. È l’eroe che insegue “virtute e canoscenza”.

Il dramma del titano, dopo il grande successo riscosso durante la prima edizione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, torna al Teatro Mercadante, dal 4 al 15 aprile, interpretato da Luca Lazzareschi, che, nei toni sofferti della sua voce, lascia ben scorgere il dolore dell’eroe solitario che, pur mostrandosi altezzoso al cospetto dei suoi torturatori, si abbandona ai lamenti quando è solo. Emerge il suo carattere ribelle nei dialoghi con Oceano (Tonino Taiuti), con Ermes (Gigi Savoia), a suo avviso, servo di Zeus. Durate la sua prigionia, incontra anche Io (Alessandra D’Elia), alla quale profetizza un futuro di  sofferenze, ma anche di riscatto.

Non saranno le catene a placare la sua indole, seppur consapevole di poter nulla contro la necessità. «Tutto quanto il futuro io conosco perfettamente fin d’ora, né mi giungerà inatteso alcun dolore. Bisogna sopportare il meglio possibile la porzione di sorte che ci è assegnata, sapendo che invincibile è la forza della necessità».

Prometeo, il dramma di un eroe romantico

Facile per lo spettatore identificarsi in Prometeo, trascinato nel suo dolore anche dalla voce ipnotizzante del coro (Flo), in quanto il titano, come l’uomo aspira ad un di più che non gli è concesso. Prometeo appare così come un eroe romantico, confinato in un sistema di valori arcaico dove l’ambizione a varcare i propri limiti è considerata un atto di ύβρις.

Come dice il regista Massimo Luconi: «Il destino di Prometeo è diventato l’emblema di una umanità che acquista autonomia, fra utopia e sconfitta, libero pensiero e consapevolezza di sé. La sua vicenda è dentro di noi, incarna le nostre angosce e inquietudini, in termini psicanalitici rappresenta anche un incessante desiderio, una perenne insoddisfazione e pulsione conoscitiva e riflette, in sintesi, il tormento e il rovello intellettuale dell’uomo, che gli antichi greci già avevano ben evidenziato e analizzato. La tragedia è tutta in questa tensione su ciò che sarà domani, nella continua attesa sul futuro degli uomini e degli dei».

Un dramma, dunque, antico, eppure estremamente moderno. Assolutamente consigliato!