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Eroica Fenice

Il Genio dell'Abbandono, Vincenzo Gemito al San Ferdinando

Il Genio dell’Abbandono, Vincenzo Gemito al San Ferdinando

Il rumore delle celle che si aprono e si chiudono nervosamente. Un uomo è steso esanime all’interno delle altissime sbarre che lo hanno rinchiuso e terrorizzato per circa vent’anni. Ai suoi piedi, una donna piange disperata. Vicienzo era e ora non è piùSi apre così Il genio dell’abbandono, spettacolo andato in scena ieri al teatro San Fernando di Napoli.

Trasposizione dell’omonimo romanzo di Wanda Marasco, che ha come protagonista Vincenzo Gemito, la pièce è un viaggio nella turbolenta psiche del famoso scultore napoletano. Un’esistenza caratterizzata dall’abbandono, quella dell’allievo del Caggiano. Sua madre lo lasciò alla ruota degli esposti dello Stabilimento dell’Annunziata, dove fu affidato a Giuseppina Baratta e ribattezzato erroneamente Gemito – invece che “Genito”, come avrebbe voluto la donna, che aveva appena avuto un aborto spontaneo – quasi il suo destino avesse in serbo per lui una vita di lacrime. La sua compagna Matilde Duffaud e poi la moglie Anna Cutolo morirono precocemente. Incredibilmente complesso fu anche il suo rapporto con l’arte, rapporto vissuto con una tale irrequietezza e smania di perfezione che, dopo non essere riuscito a realizzare una raffigurazione di re Carlo V, un grave esaurimento nervoso lo portò al ricovero volontario nella casa di cura Fleuret. Ed è da qui, tra le sbarre che celano urla strozzate e mescolano ricordi, allucinazioni e pensieri, qui dove l’artista senttiva tutte ‘e ccose, comme si chesta fosse cella mentale, che Claudio di Palma, registra e attore protagonista, ambienta il suo claustrofobico adattamento.

Vincenzo Gemito, un Don Chisciotte con lo scalpello

L’eco della sofferenza di un artista burbero e incompreso, destabilizzato e corroso tanto dal proprio talento quanto dalla inevitabile tragicità dell’esistenza, risuona con prepotenza su un palco allestito con una scenografia efficace nel ricreare l’idea di smarrimento, di trappola mentale in cui non c’è alcuna via d’uscita. Anche una volta fuoriscito dal nosocomio, i fantasmi e le voci, così come le invalicabili recinzioni fatte di inquietudini e inganni che stringono con una morsa feroce ogni respiro, non spariscono, anzi continuano a smarrire il protagonista, a cui la vita, passata tra Parigi e Napoli, concesse anche soddisfazioni e momenti piacevoli, come quelli trascorsi con l’amico Antonio Mancini (Alfonso Postiglione).

Nell’intricato tessuto narrativo non mancano momenti comici, atti a bilanciare lo spettacolo, a bilanciare la drammaticità di fondo della vicenda. I dialoghi che vedono protagonisti i due amici divertono, contribuendo, nello stesso tempo, a levigare con contorni donchisciottiano la figura dello scultore. Gemito e il suo Sancho Panza non combattono contro i mulini a vento ma contro loro stessi. E cercano di scappare – come erano soliti fare da bambini quando il maestro Caggiano non c’era – dallo scorrere del tempo, dall’altalena della fama, dalle malattie e dai debiti, tornando dodicenni che discutono su chi fosse più bella tra la tigre e il leone.

Il Genio dell’Abbandono, Napoli sullo sfondo

Una delle prime e più conosciute opere del Gemito è Il giocatore, in cui egli ritrae uno scugnizzo intento a guardare le carte con preoccupazione. Questo è il Vicienzo giovane che si oppone con prepotenza a quello che sarà il suo famoso autoritratto, in cui, con aria corrucciata ma fiera, fissa imperterrito e pare voler carpire le intenzioni dell’osservatore. Tra lo schizzo e la scultura, tra le pieghe della sua vita, si nasconde una Napoli povera, che lo aveva accolto come reietto e lo riaccoglie come folle.

Non viene citata, ma è sullo sfondo e nel lessico dalle pennellate espressionistiche e veraci che non riesce mai a fare a meno della forza dirompente del napoletano che avvolge, impacchetta e impreziosisce uno spettacolo audace che, superati i crismi della mera iconografia, in un non tempo, mira e riesce a pieno nel tentativo di restituire una vivida immagine dell’uomo Vincenzo Gemito, al di là dello scalpello, al di là della cella mentale in cui era rinchiuso.


IL GENIO DELL’ABBANDONO

spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Wanda Marasco

sulla vita e il genio di Vincenzo Gemito

con la regia di Claudio Di Palma

interpretato tra gli altri da

Angela Pagano e dallo stesso Di Palma nel ruolo di Gemito

Date: dal 22 febbraio al 5 marzo 2017

Info:  www. teatrostabilenapoli.it | tel 081.292030 / 081.291878 | e.mail: biglietteria@teatrostabilenapoli.it

Orario rappresentazioni: 22, 24, 28 feb, 3 mar ore 21.00; 23 feb e1e 2 mar ore 17.00

25 feb e 4 mar ore 19.00; 26 feb e 5 mar ore 18.00

 

Jundra Elce