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Eroica Fenice

Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Mi guardo e vedo solo frammenti. Non so più dove posizionare i pezzi. Lo specchio riflette l’immagine senza penetrarla, come una foto della superficie. Cosa c’è sotto? Non riesco a toccare il fondo, la mia mano afferra un’effimera illusione.
Chissà cosa vedono i suoi occhi. Un opaco riflesso, un’ombra evanescente, stralci di verità? È facile celare se stessi, manovrare gli altri portandoli verso la menzogna, come se la vera essenza di sé fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Il bourbon mi fa sempre lo stesso effetto, un bicchiere ed è come se la mia mente andasse a ruota libera, isolandomi da tutto ciò che mi circonda. Mi sento inerme, senza riuscire a smettere di pensare, come trascinata da una corrente che mi porta prepotentemente verso l’ignoto.
Ogni notte la stessa atmosfera: il bancone di legno lucido, le pareti gialle sbiadite dal fumo, l’odore penetrante di alcool, le persone che entrano ed escono dal bar come comparse in una scadente messa in scena, lo sconosciuto dalla giacca verde scuro che mi osserva silenzioso. Viene sempre allo stesso orario, ordina il suo drink e poi va via, lasciando uno spazio vuoto sempre più difficile da colmare.
Ha catturato la mia attenzione dalla prima volta in cui ha varcato quella porta.
Lui ha visto me, ha colto i frammenti ed è lì che mi lancia segnali dal lato opposto della sala, offrendomi una via di fuga da tutto quello che non ho il coraggio di cambiare, dalla mia confortevole routine.
Ho capito chi sei. L’ho capito dal tuo atteggiamento annoiato e raffinato, dalla sigaretta fumata compulsivamente, dal caffè amaro, dal libro di Carver che porti sempre con te, dallo sguardo triste e smarrito.
Tutto questo grazie alla sottile barriera che ci separa e ci dona oggettività. La giusta distanza per capire le cose, per guardarle nell’insieme mettendo ordine nel caos che fa delle nostre vite una matassa ingarbugliata. Tirando il filo tutto si riduce a uno. Alla lineare semplicità che è alla base del disordine che creiamo.
Ho sempre amato le cose semplici, prive di inutili complicazioni eppure così sottovalutate. Troppo facili, le cose semplici annoiano. E si riparte da capo, creando un’affascinante tempesta e tanta solitudine.
“Principianti” è il mio libro preferito. Anche io mi sento così. Dalla fine all’inizio ricomincio da capo ogni volta e nel moto incessante mi smarrisco per poi ritrovarmi, diversa, a volte più forte, altre più fragile.
Trovarti ogni settimana al tavolo di fronte mi riporta all’ordine, all’immagine allo specchio. Senza crepe, ma con segni leggeri che ne delineano il percorso. Riprendo da dove avevo lasciato me stessa, recupero ciò che è mio. Ritrovato il mio posto, gusto il sapore dell’ignoto, del bilico, del nuovo inizio. Principiante.

E ti guardo, vedendoti per la prima volta.