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Eroica Fenice

tempo delle vele

Il tempo delle vele

I prati sconfinati mi fanno venire voglia di rotolare. Le montagne ripide e scoscese mi fanno pensare che potrei cominciare a scalare. Il deserto mai l’ho visto e sinceramente non ho granché voglia di sudare. I ghiacciai mi fanno sentire che potrei scivolare. Un solo scenario naturale mi fa riflettere: il mare.

Se non fossi qui, sarei molto probabilmente altrove col corpo. Ma se non fossi qui col corpo, la mia mente non sarebbe altrove: sarebbe qui. Non contemplo i remoti sistemi disseminati nel cielo questa volta, non ricerco la poesia nell’inchiostro stampato meccanicamente su carta, la poesia antica di coloro i quali un giorno sulla stessa carta gettarono il sangue nero delle loro parole.
I pesci stanno giù, gli uccelli sono su. Nel basso dei mari si nuota, nell’alto dei cieli si vola. La papera non galleggia e noi uomini cosa facciamo con questo mare, se non pensare a come evitare di naufragare? Non so nuotare, ma adoro l’acqua. Adoro l’acqua che mi sporca, detesto l’acqua che mi lava. Mi tufferei anche oggi, o meglio, camminerei nell’acqua. Ma ho di meglio da fare e Gesù sapeva fare meglio di me, dunque mi limito ad osservare. Guardo e riguardo, non so cos’altro potrei fare.

Oggi è il tempo delle vele: non ci sono barche a remi, nessuna barca a motore, nessuna barca che va e che qualcuno lascia andare, nessun pedalò.

Niente di niente: solo barche a vela. Ma cosa m’importa delle barche a vela? Sono solita interrogarmi invano, pormi quesiti perlopiù idioti e darmi soddisfacenti risposte idiote, al fine di perdere tempo ed evitare di farmi le domande alle quali necessiterei di rispondere. So dilungarmi bene, sono abile nel parlare del più e del meno parlando sempre di più e dicendo sempre di meno. Sì, mentre accuso me stessa e mi faccio il quotidiano esame di coscienza, riprendo conoscenza e comprendo le ragioni per cui sono giunta su questo scoglio: io, a venticinque anni, voglio stare in santa pace. Voglio vivere così, con le vele in fronte. Non voglio essere una barca, non voglio ancore. Non voglio impedimenti, ancor più dell’amore. Non voglio condizioni. Non voglio condizionamenti. Non voglio chi condiziona le menti. Non voglio essere una barca, non voglio un porto. Voglio essere una vela senza barca. Voglio essere un aquilone a forma di vela, voglio stare un po’ a terra un po’ in cielo in mano ad un bambino pazzo finché non mi guasto o finché non si guasta il bambino, crescendo.

Eppure io stessa vivo nel tempo delle vele: ancora non sono cresciuta. Mi sarò forse guastata?